In uno spoglio ambiente carcerario, appena rischiarati da
una luce tagliata proveniente dalla piccola inferriata posta in alto alle
spalle di lei, Leila e il direttore della prigione in cui è detenuta sono a
colloquio. Con poche, stringate frasi sintetiche, il direttore chiede alla
scostante e imbronciata ergastolana cui appena è stata concessa la grazia
(richiesta da non si sa chi – “Non da me sicuramente” asserisce categorica
Leila) quali siano le sue intenzioni per il nuovo futuro da persona libera che
le si prospetta. L’accenno alla possibilità di andare a stare con la sorella
non trova risposta se non nella freddezza dello sguardo della donna, ed ecco
che allora il direttore le propone un lavoro facile, tranquillo, forse noioso
ma sicuro, che Leila, date le sue condizioni, non potrà rifiutare: assistere un anziano parroco cieco che vive
in completa solitudine in qualche remota regione di campagna nella fredda
Finlandia.
E’ questo l’incipit che, prima che una malinconica sonata di piano in tonalità minore sui titoli di testa accompagni la ruvida Leila verso la casa parrocchiale di Padre Jaakob, introduce a questa magnifica storia di due solitudini incomplete, fatta di sentimenti profondi, caratteri difficili, di aspirazioni sublimi e di abissi dell’anima, di verità nascoste e pudori inconfessabili, di anelito alla pace a dispetto (e contro) tutte le infelicità che hanno potuto mettere radici nel corso del tempo.
E’ questo l’incipit che, prima che una malinconica sonata di piano in tonalità minore sui titoli di testa accompagni la ruvida Leila verso la casa parrocchiale di Padre Jaakob, introduce a questa magnifica storia di due solitudini incomplete, fatta di sentimenti profondi, caratteri difficili, di aspirazioni sublimi e di abissi dell’anima, di verità nascoste e pudori inconfessabili, di anelito alla pace a dispetto (e contro) tutte le infelicità che hanno potuto mettere radici nel corso del tempo.
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