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giovedì 18 ottobre 2018

Down Terrace - Ben Wheatley (UK 2009)


    “Causticamente divertente” (come viene definito nel lancio  dalla sua stessa locandina),  prima di dare alle stampe tutti quei film che gli daranno in seguito un certo credito oltra ad un minimo di notorietà e di successo (il perfido “Kill List” nel 2011, gli ostici e un po’ crudi  “Sightseers” e “A Field in England” rispettivamente nel 2012 e 2013, fino al divertentissimo “Free Fire” nel 2016) nel 2009 Ben Wheatley, regista inglese a mio parere molto interessante, si presentò con questo “Down Terrace” che, nonostante alcuni lusinghieri riconoscimenti di Festival minori, non riuscì ad andare, in termini di distribuzione, molto più in là rispetto ai soliti confini anglofoni e Regni (dis)Uniti limitrofi, oltre a qualche eccezione per l’Europa dell’estremo nord, Russia compresa. Peccato, perché a mio parere  tra i film di Wheatley (per essere più esatti: tra quelli che ho potuto vedere io e che ho  citato sopra)  trovo che “Down Terrace” sia sicuramente il più pregevole, quello meglio riuscito ed il più “promettente” di tutti. Con questo non voglio dire che il livello del lavoro complessivo di Wheatley sia andato col tempo abbassandosi, ma è come se “Down Terrace” corrispondesse all’uovo (liscio, levigato, perfetto, simbolo primordiale  insostituibile e inattaccabile pur nella sua fragilità) e tutti gli altri lavori ai problematici, pigolanti tentativi di farsi strada nel duro mondo delle aie cinematografiche. Resta comunque assodato che da un regista come Wheatley non sai mai cosa aspettarti quando lo vai a vedere (non è necessariamente un merito, ma nel nostro caso direi di sì), e che comunque difficilmente ne resti deluso.

    “Down Terrace” è a mio parere molto più che “caustico” (io lo definirei “crudele” se non si rischiasse così di spoilerare) , mentre per convergere sul “divertente” dovrei (at)tentare a citazioni  troppo azzardate per un  cinefilo  dilettante come me (butto lì un nome come Tarantino, o un titolo come “Carnage” di Polansky chiudendo gli occhi e incrociando le dita...). Ma è un film che ha soprattutto due pregi: quello di saper complicare con semplicità una vicenda familiare psicologica truccandola da  “Spy Story” (o viceversa) la quale  non è mai una Spy Story se non quando la camera non si decide a  fermarsi, indugiando  su qualche riflessione a voce alta dei suoi protagonisti; e quello di saper accompagnare la narrazione attraverso i testi e le musiche folk della pregevolissima colonna sonora, alla quale si aggiungono i siparietti  musicali domestici dove le chitarre e gli altri strumenti, mai perfettamente accordati tra loro, rimandano a quello scalino di disarmonia che appare lieve, ma che, nell’epilogo tragico ed agghiacciante, sarà alla fine la misura di quanto possa essere fondamentale ogni minimo dettaglio in contesti fattisi così delicati e precari.

   Una prova di equilibrismo, in sintesi. Un film che cammina sul baratro fischiettando con malcelata indifferenza, che  della bellezza della natura a ridosso della città riesce a cogliere solo “il buon profumo di merda” (scusate, è citazione più o meno testuale...), mentre delle relazioni familiari e del loro valore va perdendo tutto fino alle estreme conseguenze, come nei versi di quell’ultima canzone che canta dell’archetipico perdersi nel bosco di quei  due bravi bambini.

   Doverose infine le congratulazioni a tutto il cast, in particolare al duo Robert e Robin Hill, padre e figlio nella vita come nel film, con l’inquietante Robin anche in veste di co-sceneggiatore della storia insieme al regista.  
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venerdì 24 febbraio 2017

Paterson - Jim Jarmush (Usa 2016)

    Paterson è Paterson. Paterson è moltiplicato per due, in quanto essere gemelli, a Paterson (città) sembra quasi una cosa inevitabile. Anche Paterson (lui) e sua moglie Laura, più che una coppietta felice, danno spesso l’idea di essere due complementari identici, di origine monozigotica, fatti l’un per l’altra non dalla volontà, ma da un benevolente destino, dalla trama di un racconto fantastico solo accidentalmente tanto simile alla realtà. 

    Jarmush ci ha abituati a camminare su questo crinale, sul confine tra immaginato e vissuto, tra ciò che è solo probabile e ciò che sembrerebbe certo. Ha impostato così molti dei suoi film, a partire da quello del suo esordio: “Stranger than Paradise” (al quale questo “Paterson” somiglia molto: strutturato in “strisce”, molte dissolvenze al nero) era anch’esso una favola, una concretissima favola, e se nel finale di “Stranger” Jarmush scelse di non mostrare “l’Angelo” che procurò la fortuna di Eva, stavolta questa “Entità” prende corpo nei panni di un improbabile turista giapponese appassionato di poesia, attraverso il quale Paterson può risorgere a nuova vita dopo l’incontro con “il Male”.
    Un “Male” naturalmente sempre molto “leggero”, com’è nello stile del regista (mai vampiri “seri”, cioè escludendo quelli delle saghe per ragazzetti, sono stati leggeri come quelli di “Only Lovers Left Alive”, ugualmente dicasi per i mafiosi di “Ghost Dog” ), tanto leggero che spetta ad un simpaticissimo Bulldog inglese (Marvin) il compito di interpretarlo.  Marvin (elemento cardine nella sceneggiatura) non è il solito cagnolino che fa le feste quando torna a casa il padrone, o che smania per il suo giretto serale, o che corre dietro ad una palla: Marvin vive di brevi grugniti sopra la sua coperta (l’unica cosa colorata dentro una casa tutta in bianco e nero, tanto per sottolineare la sua peculiarità), obbedisce e non obbedisce con la stessa indifferenza e il medesimo distacco, e non a caso è oggetto di attenzione, in una scena, dell’unica incursione malefica, dell’unico vento negativo (una macchina di teppistelli che lo adocchia di sfuggita) che soffia per un istante nel clima mite e pacato di una comunità tranquilla dove, solo in apparenza, non accade nulla, o almeno, nulla di male.
E proprio Paterson (città) è un luogo che solo Jarmush poteva scegliere, metafora del suo cinema: tranquilla cittadina del New Jersey (Wikipedia le assegna 130 mila abitanti), sulla carta una periferia del mondo senza ruoli di rilievo nella Storia d’America, nasconde invece nelle pieghe della Sua Storia (nonchè nel “Wall of Fame” del bar frequentato dal protagonista) una serie impensabile di personaggi a vario titolo famosi e/o di un certo rilievo: da Rubin “Hurricane” Carter a Lou Abbot (quello di Gianni e Pinotto), Allan Ginsberg, Gaetano Bresci, e ovviamente il poeta Willam Carlos Williams.

   Ottima prova d’attore sia per Adam Driver, che con la sua ammaliante voce da basso recita le poesie al ritmo di come queste nascono e crescono sulle pagine del suo taccuino, sia per Golshifteh Farahani, che dietro la sua aria trasognata e svampita nasconde le ambizioni e i talenti di una vera artista, nonché sicuramente la prova di Nellie (Marvin, Palma d’Oro a Cannes, ovviamente nella sezione apposita).

   Importante anche il contributo musicale degli Sqürl (la solita atmosfera rarefatta tanto cara a Jarmush) e naturalmente un grosso applauso al vero protagonista del film, Ron Padgett, autore dei bellissimi versi del taccuino segreto di Paterson.
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Love Poem 
We have plenty of matches in our house 
We keep them on hand always 
Currently our favourite brand 
Is Ohio Blue Tip 
Though we used to prefer Diamond Brand 
That was before we discovered 
Ohio Blue Tip matches 
They are excellently packaged 
Sturdy little boxes 
With dark and light blue and white labels 
With words lettered 
In the shape of a megaphone 
As if to say even louder to the world 
Here is the most beautiful match in the world 
It’s one-and-a-half-inch soft pine stem 
Capped by a grainy dark purple head 
So sober and furious and stubbornly ready 
To burst into flame 
Lighting, perhaps the cigarette of the woman you 
love 
For the first time 
And it was never really the same after that 
All this will give you 
That is what you gave me 
I become the cigarette and you the match, 
Or I the match and you the cigarette 
Blazing with kisses that smoulder towards 
heaven
Another One 
When you're a child you learn there are three 
dimensions 
Height, width and depth 
Like a shoebox 
Then later you hear there's a fourth dimension 
Time 
Hmm 
Then some say there can be 
five, six, seven... 
I knock off work 
Have a beer at the bar 
I look down at the glass and feel glad
The Run 
I go through 
trillions of molecules 
that move aside 
to make way for me 
while on both sides 
trillions more 
stay where they are. 
The windshield wiper blade 
starts to squeak. 
The rain has stopped. 
I stop. 
On the corner 
a boy 
in a yellow raincoat 
holding his mother's hand
 
Poesia d'amore 
Abbiamo molti fiammiferi in casa nostra 
Li teniamo a portata di mano, sempre 
Attualmente la nostra marca preferita
è Ohio Blue Tip 
Anche se una volta preferivamo la marca Diamond 
Questo era prima che scoprissimo 
I fiammiferi Ohio Blue Tip 
Sono confezionati benissimo 
Piccole scatole resistenti 
Con lettere blu scuro e blu chiaro bordate di bianco 
Con le parole scritte 
A forma di megafono 
Come per dire ancora più forte al mondo 
"Ecco il più bel fiammifero del mondo 
Il suo stelo di tre centimetri e mezzo in legno di pino 
Sormontato da una testa granulosa viola scuro 
Così sobrio e furioso e caparbiamente pronto 
A esplodere in fiamme 
Per accendere, magari, la sigaretta della donna che 
ami 
Per la prima volta 
E che dopo non sarà mai più davvero lo stesso 
Tutto questo noi vi daremo 
Questo è ciò che tu hai dato a me 
Io divento la sigaretta e tu il fiammifero, 
O io il fiammifero e tu la sigaretta, 
Risplendente di baci che si stemperano 
nel cielo
Un'altra 
Quando sei un bambino impari che ci sono tre 
dimensioni 
Altezza, larghezza e profondità 
Come una scatola da scarpe 
Più tardi capisci che c'è una quarta dimensione 
Il tempo 
Hmm 
Poi alcuni dicono che forse ce ne sono
cinque, sei, sette... 
Stacco dal lavoro 
Mi faccio una birra al bar 
Guardo il bicchiere e mi sento contento
La corsa 
Passo attraverso 
trilioni di molecole 
che si fanno da parte 
per lasciar passare me 
mentre su entrambi i lati 
altri trilioni 
restano dove sono. 
Le spazzole del tergicristallo 
cominciano a scricchiolare 
La pioggia si è fermata 
Io mi fermo 
All'angolo 
Un bambino 
Con un impermeabile giallo 
Stringe la mano di sua madre

venerdì 16 dicembre 2016

Der Mondmann - Stephan Schesch, Sarah Clara Weber (Fra 2012)

   Un approccio cristologico al film sarà senz’altro esagerato. Però, a cominciare dal: “Io non sono di questo mondo”, dalla sua insistita mitezza, dall’essere amato e cercato soprattutto dai bambini (e poche altre persone buone), dall’essere perseguitato dal Potere  senza motivo e sulla base esclusiva di menzogne, mi ha fatto per un attimo pensare che se  Cristo (quello vero) non si fosse fatto prendere dalla mania assurda di voler salvare il mondo a tutti i costi,  il candido e tondo protagonista di questo film potrebbe davvero assomigliargli.

Senz’ossa e organi interni (ma non per questo “puro spirito”), quasi analfabeta e perciò ricchissimo di ignoranza, “Straniero alla Terra” (come direbbe Richard Bach), annoiato del suo status incompleto e incorporeo confuso tra le rocce lunari  e che, prima di commettere il suo peccato originale (quello di volersi aggrappare alla coda di una cometa per visitare la Terra), non conosce ancora il vero perché del suo esistere, der Mondmann trapassa la crosta degli Uomini in maniera indolore, con la delicatezza innocente di un “Angelo Caduto dal Cielo” (come direbbe Nada), un angelo speciale e diverso perchè costantemente presente presso gli Uomini, merito questo che gli Uomini stessi (illuminati e non) non tarderanno a tributargli una volta incontrato di persona, e per questo perseguitandolo oppure aiutandolo con tutte le forze, a seconda dei casi. Der Mondmann è  una Verità che si autorivela senza bisogno della mediazione di nessun profeta (sovrastruttura notoriamente inutile di ogni religione), che, pur perfettamente in grado di compiere miracoli,  non pretende ma al contrario chiede, bisognosa, sostegno ed aiuto anzitutto per se stessa.

Se tutto questo non bastasse, e se non bastassero le tavole dei disegni di questo delizioso cartoon colorato ed animato con profonda modernità e con altrettanto profondo rispetto per una tradizione dei film di animazione alla quale attinge senza vergognarsi affatto, se non bastassero alcuni quadri divertentissimi dove alla Natura intera è dato prender parte alla vicenda (il duo dell’alce e del gufo con la torcia, il povero orso bianco che trattiene il fiato per compiacere “Herr President”), allora forse il poter riascoltare, dopo secoli che non risuonava più da nessuna parte, le note del riff di “In A Gadda Da Vida” inserite nella colonna sonora, potrà forse bastare per farvi innamorare di questo film. 
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lunedì 5 dicembre 2016

Free State of Jones - Gary Ross (USA 2016)

“Some people say a man is made outta' mud.
A poor man's made outta' muscle and blood.
Muscle and blood and skin and bones.
A mind that's a-weak and a back that's strong”


A voler essere provocatori, “Il Libero Stato di Jones” che Newton Knight, intorno agli anni di tardo 1800 tra la presidenza Lincoln e quella Johnson in cui Lamerica tentava di sdoganare i “niggers”, può essere considerato il prototipo del perfetto stato comunista, di per sé validissima spiegazione alla brevità del suo esistere. I punti che il Cavalier Newton enunciò nel discorso della proclamazione della sua indipendenza, davanti ad una folla di contadini, ex schiavi, disertori, nonchè relative mogli e progenie dei succitati,  furono infatti (riassunti): nessuno può restare povero se poi un altro diventa ricco, nessuno può dirci per cosa morire o per cosa no,  chi semina raccoglie e quel che raccoglie è solo suo, e noialtri siamo tutti uguali. Applausi.
   Non conoscevo questo breve capitolo di Storia che Il regista Gary Ross ha voluto proporci attraverso il cinema. Episodio marginale, fugace, drammatico come ogni rivoluzione è drammatica, intenso come una Favola e come ogni Favola con una morale puntualmente disattesa dalla Storia, che delle Favole è la peggior nemica.
Peccato però che Gary Ross, pur avendo indovinato non poche scene (una su tutte: l’improvvisa sparatoria multigenere e multietnica durante un finto funerale), non abbia saputo dare alla vicenda il clima, il tono, il colore che probabilmente quella bella Favola nera (e bianca) deve aver avuto nella realtà, almeno come me la figuro io.
   Attraverso lo sguardo perennemente allupato del protagonista, caratterizzato in modo spesso eccessivamente ridondante, pontificante, una sorta di  “one-man-band” buono per ogni cosa, da sindaco a prete, da generale a fabbro, da contadino a bravo marito, leader, soldato, infermiere, stratega, psicologo, fratello maggiore, ottimo cecchino, naturalmente anche un po’ fico, Ross sceglie un taglio patinato, un tono favolistico che non avrebbe dovuto avere (se voleva essere un film storico), che strizza troppo l’occhio a Robin Hood quando gli contrappone un Tenente Fetente nel ruolo dello Sceriffo di Sherwood  e gli affianca una Lady Marion di origine africana, o quando ripulisce un po’ ipocritamente gli stacchi scenici tra un taglio delle palle al negro o lo strozzamento dello stronzo sudista, e soprattutto in quella parte di film un po’ zoppicante e distonica, dedicata al flash forward in cui i discendenti di Knight, quasi cent’anni dopo,  in piena era di “Missisipi Burning” sono ancora alle prese con le questioni razziali.
    Anche la colonna sonora non si fa apprezzare troppo: personalmente, ad esempio, al posto della sdolcinatissima e melliflua “I’m Cryng” interpretata da Lucinda Williams sui titoli di coda, avrei preferito sentir risuonare la celeberrima “SexteenTons”, una sorta di spiritual moderno, creata e portata però al successo dai bianchi verso il 1950 (questa è una delle poche versioni che ho trovato in rete in cui è cantata da un nero, e male, visto che, invece di cantarla sporca di carbone come dovrebbe essere, la canta sì con tono di basso, ma come se fosse un chierichetto eunuco), un contorto omaggio al bravo Matthew McConaughey che, in questo film sicuramente privo di colpe sue, nel 2012 era stato il protagonista di “Mud” (cioè “Fango”), ciò di cui (dice la canzone) è fatto e costituito  “il pover’uomo, muscoli, pelle, sangue ed ossa, la schiena forte e la testa vuota”, conformemente a ciò che ancora nel terzo millennio, anche in era carbo-Trump, possiamo registrare in termini di schiavismo irrisolto.
    Film passabile, per lo meno sul piano degli ideali che riporta.
Grazie lo stesso, Mister Knight. 
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martedì 29 novembre 2016

Snowden - Oliver Stone (Usa 2016)


I tempi della distribuzione italiana hanno fatto sì che, a distanza di poche settimane l’uno dall’altro, uscissero “Lo and Behold” e “Snowden”. Se Werner Herzog non era riuscito a metterci in guardia dalle insidie connesse (è proprio il caso di dirlo) alla globalizzazione della tecnologia, non poteva fallire Oliver Stone (almeno in questo intento) dando voce a corpo alla storia recente di Edward Snowden, l’uomo che ha fatto arrossire per un attino tutta la classe dirigente degli USA con le sue improvvise rivelazioni sullo spionaggio segreto informatico multilivello. Classe dirigente che, peraltro, dal Presidente Obama in giù non fece una piega davanti a questa cannonata e, con poche fiorettate di diplomazia, spedì il signor “No One” Snowden fino al confino volontario in Russia, dove risiede tutt’ora, probabilmente nemmeno più ricercato.

E non so se il monito principale di questa storia sia quello di riflettere su ciò che siamo diventati oggi tutti noi, entusiasti o anche solo forzatamente assuefatti della/alla nostra costante interconnessione full time, di renderci consapevoli che questa nuova modernità dalla quale non sapremo mai più tornare indietro non è solo una bella comodità, ma è anche la migliore trappola per topi che “Il Potere” abbia mai innescato nella storia dell’umanità, o non sia piuttosto quello di renderci consapevoli, se anche le rivelazioni di Snowden non sono riuscite a cambiare nulla,  che la partita è irrimediabilmente persa, e che forse (magra consolazione) possiamo anche smettere di lamentarci delle innocenti “Ads” con cui ci tormentano i vari gùgol ogni minuto, e cominciare ad essere consci del fatto che ogni minimo dettaglio, ogni nostra stupida foto delle vacanze, ogni tag, ogni like, ogni nostro click sulla tastiera è tracciato, conosciuto, eventualmente usato, dovesse servire,  anche contro di noi.
Per quel poco che so e ricordo di Oliver Stone, massiccio combattente di stampo comunista, probabilmente le intenzioni del film non erano queste: la rotta che il regista da alla vicenda non pare voglia virare verso la rassegnazione e, fino alla fine, la figura di Edward Snowden, che pure non viene affatto disegnata (molto opportunamente, direi) coi tratti dell’eroe, rimane quella di una persona disincantatamente idealista, che dubita pur senza esitare, e che comunque agisce e si adopera per una “giustizia” alla quale non si sa voglia davvero credere, ma alla quale tende quasi soltanto per un principio ineludibile di chissà quale Legge della Fisica: insieme pregio e difetto della sceneggiatura, è quello di non saper spiegare fino in fondo allo spettatore il “perché” Snowden abbia deciso ad un bel momento di vuotare il sacco, e men che meno (ma questo non può certo essere addebitato alla sceneggiatura realizzata da Stone) che cosa si aspettasse da questo suo agire.
Un po’ Harry Potter rubato alle favole (il bravo Joseph Gordon-Levitt gli somiglia), un po’ Braveheart, un po’, se vogliamo, anche uno di quei non-eroi da cui Werner Herzog avrebbe saputo trarre uno dei suoi magnifici documentari biografici se solo il personaggio non fosse stato così tanto esposto alle cronache mondiali, Snowden (persona)  ne esce in modo semplice, come fosse un qualunque bravo ragazzo, mentre “Snowden” (film) si lascia tutto sommato apprezzare grazie ad un mestiere che a Oliver Stone certo non manca (ho notato alcune fulminanti zummate brevissime che tendono a porre l’accento non so bene dove, ma che forse danno la cifra della beatitudine incantata e un po’ drogata in cui versano, ormai, galleggiando come una ninfea appassita, i vecchi comunisti come lui), e ad una scrittura filmica molto classica, saggiamente poco pretenziosa, come fosse semplicemente uno dei tanti articoli di giornale che riportarono dettagliatamente  dell’Affaire Snowden e coi quali, da Obama in giù (o in su), tutti i Potenti ci si sono puliti il culo (scusate, m’è  uscita...).  
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giovedì 17 novembre 2016

Les Innocentes (Agnus Dei) - Anne Fontaine (Francia/Polonia 2016)




“Se non ritornerete come bambini, non entrerete mai”
(Matteo 18, 1-5)
“La fede è fatta di 24 ore di dubbio per ogni minuto di speranza”.
(Suor Maria)



     L’approccio perfettamente laico alla questione “fede” è senz’altro il punto di forza di questo bellissimo “Les Innocentes” (perché in Italia “Agnus Dei”??... Mistero Doloroso!): le sconvolgenti incursioni degli eserciti prima tedesco, poi russo all’interno dello sperduto convento nella fredda Polonia del dicembre 1945, lasciano alle consorelle che lo abitano, oltre che sei o sette gravidanze per nulla attese, ben seri motivi per interrogarsi e di conseguenza interrogare lo spettatore sul significato della fede in Dio. 
   
Il manipolo di consorelle pensato dagli sceneggiatori (del quale fa parte la stessa regista Anne Fontaine) è di per sé una corale  testimonianza laica: nel piccolo microcosmo solo in apparenza separato dal mondo, ogni suora vive la sua esperienza in maniera differente: una teme l’inferno, una sorride divertita quando la dottoressa la visita toccandole il pancione, una si contorce disperata nel timore di contravvenire alla Regola, un’altra tace fino all’ultimo e partorisce sola, senza che nessuno nemmeno si sia mai accorto del suo stato, un’altra scopre di avere altrove (forse nel fumo di una sigaretta) la sua vera vocazione...  E alla testa di tutte loro la figura della badessa
(curioso, una sorta di contrappasso: Agata Kulesza, l’attrice che le dà corpo,  tre anni fa fu il contraltare, anche allora perdente, della novizia “Ida”, in un film altrettanto polacco e meraviglioso di Pawel Pawlikowski– non c’è da meravigliarsi, data l’ultra cattolicità della nazione, che ne escano tanti film di suore...-), l’unica la cui ostinazione per una fede vissuta come indiscutibile e monolitica la renderà incapace di trarre “il bene dal male”.
   

   
   Ma la figura che campeggia sopra ogni altra, a mio avviso, è quella di suor Maria, la vice badessa (una superba Agata Buzek), la cui fedeltà ai voti presi e agli obblighi da questi derivanti  non sono mai messi in discussione, ma sono casomai, alla luce degli eventi, stimolo di continua riflessione e di perpetuo interrogarsi;  la bella amicizia che finirà per legarla a Mathilde
(splendida e commovente la scena in cui Maria aiuta la dottoressa ad indossare un grazioso abitino rosso e nero, quello che lei stessa portava il giorno che entrò in convento, simbolo e retaggio di una razionalità e di una intelligenza che nessuna fede, per quanto grande e potente, ha potuto cancellare in lei) è di nuovo testimonianza di come il credere non sia mai un porto sicuro, un  punto di arrivo, ma sia un mare in continuo movimento dove, appunto, le giornate di chi crede in Dio “sono fatte di ventiquattr’ore di dubbio e di un minuto di speranza” (sua la battuta, all’interno del film).


    Del resto, anche sul versante non confessionale del cast, l’estrazione comunista di Mathilde (la dottoressa protagonista interpretata da una brava, ma a mio avviso non eccelsa Lou de Laâge), che fa il paio con la tormentata storia del dottor Samuel (Vincent Macaigne), un passato di ebreo intrappolato dentro gli orrori del ghetto di Varsavia e convinto che gli unici polacchi degni di rispetto siano ormai tutti morti dentro quegli orrori, la laicità è insita nel DNA originale, oppure vi è stata inoculata con la forza e la violenza della vita.


Lo scambio benefico e nutriente tra fede e razionalità è insomma la vera misura di questo film,  dove una giovane dottoressa comunista francese si convince ad aiutare le suore straniere solo  dopo aver intravisto tra i vetri la preghiera di una giovane novizia inginocchiata sulla  neve, dove la quota maschile, sia attraverso il suo portavoce principale (il già citato dottor Samuel, buono ma cinico, tenero ma prepotente, opportunista ma generoso),
sia dalla schiera di “fantasmi” uomini (è ripresa “fuori fuoco” la  soldataglia russa che irrompe sulla scena a metà film)è doverosamente minima e si traduce in un solo, semplice concetto, in contrasto sia con la fede, sia con la ragione: ambiguità.

   Anne Fontaine, anche avvalendosi di una splendida fotografia che definirei pacatamente poco sopra il bianco e nero (bianco è nero è l’abito delle suore...), tra silenzi ultraterreni e grida,  spesso con piccoli movimenti di camera appena percettibili quasi fossero opera intangibile dello Spirito Santo, con alcuni quadri magistrali di fuochi alternati (i migliori quelli riservati al duo Mathilde/Maria), in un film la cui unica pecca, a mio avviso, è quella di non aver saputo osare un po’ di più in termini temporali
(se alcune scene fossero state mantenute più a lungo, qualcuna delle tante emozioni che il film riserva fosse rimasta in scena un po’ di più, avremmo avuto un film forse meno “commerciabile”, ma di certo coraggiosamente pronto a spingersi verso e magari oltre le tre ore di durata, che credo non sarebbero state per nulla pesanti) fino ad una soluzione finale indovinatissima e felice, laddove (senza spoilerare alcunché),
potendo ragionevolmente asserire che i veri protagonisti siano in fondo i nuovi nati,  la “morale” del film può forse essere efficacemente sintetizzata dalla frase del Vangelo: “Se non ritornerete come bambini, non entrerete mai”. 

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lunedì 7 novembre 2016

Certain Women - Kelly Reichardt (USA 2016)

Certe donne, come Laura, avvocato (meglio: avvocata. E’ Laura Dern, quella che qualcuno: “Oh, sì, quella di Jurassic Park!”), non si capacitano: per mesi (otto), senza un sorriso, difendono una causa persa, persa da un uomo, un brav’uomo, innocente, ipovedente per colpa di certo libero mercato del lavoro. Lo difende senza speranza, è lei la prima a non dargli la speranza che sa (lei) di non potergli dare. Ma deve aspettare che arrivi un avvocato uomo, uno con la barba, quindi senz’altro uomo, prima che l’altro uomo, colpevole di troppa ingenuità ipovedente sin dall’inizio, possa rassegnarsi a quel che lei, avvocata donna, ha cercato di spiegargli senza verso per otto lunghi mesi, salvo protrarsi in generosità e attenzioni milkshakerate alla vaniglia, tipicamente femminili e quindi il più delle volte non dovute, dentro una prigione per soli uomini.

Certe donne hanno un marito. Anche questo con la barba, e che forse ogni tanto è stato amante di un’avvocata, giusto il tempo di impallarla mentre lei è inquadrata (piccolissima) dentro uno specchio tondo,  intanto che si rinfila (lui) le sue mutande spettinate da uomo. Queste si chiamano Williams, come un noto after-shave d’antica memoria. Michelle, di nome. E’ quell’attrice che, disponendo  della decima parte delle tette di Marylin Monroe, è stata l’unica ad avere il coraggio di accettare di recitare il ruolo di Marylin Monroe in un film, e che ci è riuscita come nessun’altra avrebbe saputo fare (non è un caso che la Reichardt l'abbia voluta più volte nei suoi film...). 

Certe donne come questa  (Michelle Williams è Gina, nel film), non capiscono perché tocchi sempre a lei fare la parte del cattivo (cioè, della cattiva). Poi le basta saper interpretare un attimo, spontaneamente, tradurre in umano e in un lampo  la risposta delle quaglie (“How are you? How are you?” domandano trillando i pennuti maschi. “I’m just fine! I’m just fine!” pigolano le loro femmine, nascoste tra l’erba e le pietre di arenaria), ed ecco che l’uomo/maschio le cede il passo, e i diritti, e le pietre. Ammirato, sorpreso,  nemmeno lui sa perchè.

A certe donne (come Lily Gladstone) non serve nemmeno un nome dentro il loro film, e costoro non sanno nulla di più dei loro cavalli, della fattoria, del trattore che guidano in mezzo alla neve e di quello strano cane quasi senza zampe che gli corre dietro come impazzito, delle balle di fieno, delle stalle, di una pelle che è sua, che è stata sua, e che è stata rossa molti Presidenti prima. Poi, una sera, entrano per caso in un aula di doposcuola, senza iscrizione, senza motivo, e forse più tardi, sopra un cavallo montato in due, si innamorano dell’insegnante che cavalca con loro seduta dietro, e che poi  scompare, e che rincorrono ostinate e disperate senza sapere nulla di cosa sia l’omosessualità, senza sapere nulla delle quattro ore d’auto che raggelano il cuore dopo il tepore di un fast food dove non si mangia nulla, dove c’è fame solo di sogni e di riscatto da non si sa cosa, prima di tornare senza un lamento alla loro vita fatta di cavalli e di strani cani
A certe donne, come Kelly Reichardt, che firma regia e sceneggiatura di questo sua nuova, splendida storia suddivisa in tre episodi, piacciono i treni, i luoghi con poca gente, la gente di poche parole. Loro inanellano perle di film, (Old Joy, Wend & Lucy, Meek’s Cutoff, Night Moves) che non si possono definire capolavori solo perché (sono sicuro) a loro per prime non piacerebbe una parola come “capolavoro”: a certe donne (forse a quasi tutte, sicuramente alla Reichardt) non credo interessi sfornare “capolavori”, questa è gente a cui piace lavorare, lavorare bene, e basta. 

 Anche stavolta nelle sale italiane il suo film non si vedrà. Non la si è vista mai, salvo qualche concessione festivaliera qua e là (Torino, Venezia) che puzza di presa in giro, che grida vendetta e maledizione. Ma forse certi pubblici non meritano tanta sublime modestia, tanto preziosa onestà e rettitudine di mestiere, tanta arte e raffinatezza d’animo, magari perché certe donne, in Italia, sono pronte a correre due/tre volte, pazze di Pazza  Gioia, a vedere (e pagando) le Ramazzottate Brunito-Tedesche firmate dai Beati Paoli Virzì, convinte di vedere al cinema qualcosa che abbia davvero Profumo di Donna, magari come quello raffermo e imbolsito della speriamo-non-presidente Clinton, e della sua America che a certe registe come la Reichardt riserva solo qualche ritaglio di attenzione il lunedì sera tardi.
Sveglia, signore e signorine: “Certain Women” dobbiamo esserlo noi per prime.
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domenica 9 ottobre 2016

Avril et le Monde Truqué - Franck Ekinci, Christian Desmares (Fra/Can 2015)

   Il “Mondo Truccato” della giovane Avril, ultima della schiatta dei Franklin, è una Parigi Imperiale tra gli anni ’30 e ’40 del secolo passato che, sotto il regime di Napoleone Quinto, canta una marsigliese perfettamente riconoscibile e diversa, ha due Torri Gemelle come gli americani di Bin Laden (ma sono due Torri Eiffel) , è rimasta imbrigliata in uno stallo tecnologico che procede a carbone (intanto che l’elettricità è ancora un segreto conteso tra pochi), Parigi e Berlino sono unite tra loro sia da un treno a vapore che le collega in comode 82 ore, sia dal nemico comune, le Americhe, alle quali muovono guerra, alleate con l’Europa intera,  per conquistare le preziose foreste del Canada.

    Ma è anche un Mondo dove certi gatti parlano, e parlano anche certi rettili “mutati” oltre mezzo secolo prima a causa degli esperimenti  del bisnonno di Avril, costui vicino alla scoperta  dell’Elisir di lunga vita, ovvero quel Siero dell’immortalità  del quale il Napoleone dell’epoca (era il Terzo, quello vero), alla soglia della guerra contro i Prussiani del 1870, voleva assolutamente impossessarsi. Il “punto di rottura” avviene qui, nel luglio del 1870: è l’incipit del film, dove la Storia reale devia dal suo corso quando un improvvido sparo nel laboratorio di Gustav Franklin rende un’inaspettata libertà ad una coppia di varani...


Nel mondo che ne scaturisce, immaginato dagli sceneggiatori Franck Ekinci (che firma con Christian Desmares anche la regia) e Benjamin Legrand,  disegnato dall’estro di Tardi, trovano posto marchingegni fantastici di ogni genere, case che camminano e nuotano, topi spia, nuvoloni neri e minacciosi dai quali si dipartono raggi cosmici, immensi laboratori sotterranei, veri Universi Paralleli,  dei quali nessuno sospetta l’esistenza e dove una nuova, apparente e sconosciuta tirannia, tiene prigionieri tutti i migliori scienziati della terra affinché portino a termine gli studi del primo dei Franklin. E dove, ovviamente, la ricercata numero uno è proprio Avril, l’unica in possesso del prezioso segreto, ricercata per lo stesso motivo, insieme a suo nonno, anche dalla buffa polizia imperiale di Napoleone Quinto.

“Avril et le Monde Truqué” è un film delizioso sotto ogni aspetto: a cominciare dal tratto semplice e accattivante dei disegni, da una sceneggiatura degna di una spy story, da un susseguirsi di colpi di scena perfettamente dosati nei tempi e nei modi, dalle molteplici sfaccettature di molti personaggi (i genitori di Avril non sono esattamente un “papà e mamma”;  idem per gli stessi “nuovi tiranni”,  il cui rapporto tende ad un’inevitabile degenerazione; il giovane Julius che, al soldo della polizia, prima inganna e poi si innamora di Avril  prendendone le parti;  persino l’ ispettore di polizia Pisoni, sulla carta il peggior nemico della buona eroina, alla fine avrà un ruolo determinante per il buon esito della vicenda e per il trionfo del Bene), e non ultime tutte le considerazioni “sociali” che può suscitare, laddove la questione del poter possedere o meno uno strumento come “Il Siero Definitivo” divide inevitabilmente coscienze e destini della Natura intera.
   
Ma se c’è una cosa che sopra tutte rende questo film davvero imperdibile (oddio... ho detto imperdibile?!? In Italia non è mai stato distribuito....) è Darwin, il gatto di Avril (nomen omen), le cui gesta a metà tra quelle di un gatto qualunque che si elettrizza alla vista di un topo, quelle di un supereroe che si lancia, steso come un tappeto, per infilarsi nell’ultimo spazio utile per salvare l’Universo, e quelle di un Cupido vagamente saccente che se la ride sotto i baffi degli screzi infantili tra Julius e Avril, avrebbero potuto conquistare benissimo anche il pubblico di grandi e piccini della nostra piccola Italia. Da una parte meglio così: ci siamo risparmiati il dover sentire la voce di Frizzi... Ottimi invece i contributi vocali francesi, da Marion Cotillard a Bouli Lanners, Olivier Gourmet e Jean Rochefort, e per il sottoscritto una piccola sorpresa personale, avendo io da tempo perduto le tracce ed ora finalmente ritrovata (anche se solo, ahimè,  via audio) la bellissima Anne Coesens.

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mercoledì 22 giugno 2016

Priceless ("Hors de Prix") - Pierre Salvadori (Francia - 2006)

Immersi ognuno a suo modo nel lusso sfrenato e strafottente della Costa Azzurra, Irène (Audrey Tautou)  e Jean (Gad Elmaleh) sono rispettivamente: lei una spregiudicata cacciatrice di dote che batte (in senso lato) i sentieri della fascia agée dove le prede sono evidentemente più deboli e grasse, e dunque più facili da catturare; e lui un timido barman zelante e squattrinato, preda a sua volta dei capricci della ricca clientela e dei loro cagnolini annoiati e ben pettinati. Per via di un malinteso, del quale Jean, colpito come un fulmine dal fascino della ragazza, non è del tutto incolpevole, Irène, durante un fine serata deserto in cui è andata deserta anche la sua caccia alla volpe, scambia il barman per un ricco cliente dell’hotel, adescandolo di par suo, salvo accorgersi giusto il mattino seguente di aver preso il pesce sbagliato. Con lei prontamente in fuga, scatta l’inseguimento del già innamoratissimo Jean che ingaggia con lei una lotta evidentemente impari dove inizialmente, per riuscire a reggere il “ritmo” imposto della sua bella, il giovane barista deve dar fondo a tutti i suoi risparmi per sperare poi in  qualche ignota fortuna.
Con quell’abile fantasia birichina che il regista Pierre Salvadori saprà replicare (nonché notevolmente migliorare nello sviluppo degli intrecci) quattro anni dopo con “Beautiful Lies” (“De vrais mensonges” - 2010), la fortuna troverà il modo di aiutare l’audace giovanotto, nel frattempo scopertosi scaltro e furbo, nonché piacente e seduttivo, pronto a tuffarsi anche lui nel mare di soldi che bagna le coste francesi, questa volta (ma solo per amore, e solo per un attimo) non da misera sardina, ma da raro pesciolone pregiato, destinato a impreziosire qualche sontuosa ricetta di Haute Cuisine.
Certo che con il faccino (ed il talento, ovviamente) di Audrey Tautou tutto viene facile per il regista francese: non per niente sceglierà di nuovo la stessa Tautou per la sua successiva commedia. Ma anche per la figura maschile Salvadori ha buon naso, andando a pescare nell’aria spaesata e ingenua di  Gad Elmaleh un ottimo controcanto per gli acuti ultrasonici della protagonista femminile. I francesi, bisogna dirlo, sono abili nelle commedie: non a caso vengono scopiazzati spesso da cinema che evidentemente hanno meno fantasia: come quello italiano (vedi il clamoroso “Benvenuti al Nord” che ai nostri connazionali è bastato rigirare la cartina di geografia economica  per farlo diventare campione di incassi qualche stagione fa), o forse, più prosaicamente da  chi semplicemente decide di investire nel cinema molto meno risorse di quanto non facciano gli iper-produttivi francesi. Fatto sta che questo piccolo “Priceless” (“Hors de Prix” in originale, titolo naturalmente imbestialito dai nostri bestiali distributori con un “Ti va di pagare?” che, da solo,  farebbe passare la voglia di vederlo) è molto simpatico, con una buona dose di ironia, una favoletta allegra che si infila sotto i tunnel alpini entrando abbigliato di spensieratezza leggera  e, senza trucchi e senza inganni,  uscendone elegantemente travestito da favola moderna, con l’immancabile lieto fine dell’ex rospo che diventa principe e relativo “Vissero per sempre felici e contenti”. Senza nulla pagare, naturalmente.
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domenica 12 giugno 2016

De Vrais Mensonges - Perre Salvadori (Francia 2010)

   Tanto di cappello a questa sceneggiatura scritta a quattro mani da  Benoît Graffin e dallo stesso regista di origini tunisine Pierre Salvadori: “commedia dell’equivoco” non è sempre sinonimo di “divertente”, a parte il fatto che sapersi inventare gli equivoci non è cosa poi tanto facile. Ma in questo caso i due autori hanno saputo inanellare la serie di “Alcune Verissime Bugie” (meglio il titolo francese anziché quello internazionale  inglese) con una finezza intelligente e garbata che ha saputo andare al di là della semplice sequela degli equivoci, cospargendo un’abbondanza di piccoli dettagli per nulla irrilevanti e assolutamente  significativi per tutta la durata  del film, durata perfettamente calibrata nell’ora e tre quarti (penso ad esempio al dettaglio del foulard verde scampato per un attimo al destino della spazzatura, o alla  firma di “sentimenti anonimi” ripescata identica all’inizio nell’ultima bugia epistolare). 

   Salvadori ha inoltre saputo/potuto abilmente appoggiarsi ad un terzetto di protagonisti davvero encomiabili: Audrey Tatou (un viso che è un piccolo patrimonio del cinema), Emilie, sciocca pasticciona senza scrupoli che pure non riesce a tagliare i fili che la legano alla sua buffa innocenza; Nathalie Baye (Maddy), madre complicata e divinamente semplice nei molteplici cambi di registro che la sceneggiatura le richiede di operare (e anche qui si nasconde sapientemente una bugia...), Sami Bouajila (Jean), orgoglioso eroe  della vicenda, timido e in crisi, pronto a mettersi in discussione ogni volta (indimenticabile la sua cazziata in cinese nel salone di parrucchieria con non meglio spiegate interlocutrici asiatiche) e a rimodellarsi così come l’amore che lo sospinge gli chiede di fare.

   Certo, come ogni buona commedia degli equivoci richiede, qua e là la sceneggiatura ha bisogno di ricorrere a piccole incongruenze (tipo le suddette cinesi in parrucchieria), ma in un film come questo, dove ogni bugia è assolutamente veritiera, anche le incongruenze finiscono per passare inosservate. D’altra parte,  questo è proprio uno degli ingredienti principali  per cui, iniziando ad impastare una  “normale commedia degli equivoci” come  “De Vrais Mensonges”, possa essere alla fine sfornato un film davvero divertente.
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lunedì 15 febbraio 2016

Wildlike - Frank Hall Green (USA - 2014)

WILDLIKE

“La vita è come il vento: cambia sempre direzione”


Mackenzie è un’adolescente insicura e dagli occhioni tristi truccati di nero pesante. Parte in volo da Seattle verso le terre fredde dell’Alaska per trascorrere un periodo dal fratello di suo padre, morto un anno prima, onde liberare da impegni sua madre, bisognosa di un ricovero in lunga degenza per curarsi da non ben definiti disturbi psichici. Lo zio è molto gentile, cerca di metterla a suo agio in tutte le maniere, ma presto cederà alle tentazioni di indulgere in carezze e visite non gradite nel letto della nipote, la quale si darà così ad una precipitosa fuga nel tentativo di raggiungere di nuovo casa sua. Nella fredda Odissea attraverso le terre selvagge, la ragazza trova con Bart l’aiuto di un uomo forte e buono, aggrappandosi a lui con un’ostinazione che finirà per legare i due in maniera fatale.
“Wildlike” è un pregevole film al tempo stesso delicato (oltre all’infinita dolcezza del viso della bravissima Ella Purnell, si aggiunge la morbidezza dei suoni acustici o solo vocali della colonna sonora, che sono un trasognato tappeto di soffice ghiaccio lungo tutto il tragitto) e duro, una collana di dolori che si incontrano e si integrano tra di loro: oltre al dramma della ragazza, lentamente si disvelerà anche tutta la sofferenza che alligna nel cuore di Bart (cui la straordinaria bravura ed espressività di Bruce Greenwood danno uno spessore davvero notevole), e si uniranno le storie sofferte, raccontate o solo dipinte negli occhi, dei vari personaggi minori che compaiono nel viaggio (il giovane escursionista, l’eterogeneo gruppo nippo/americano che guida gli aquiloni); e ancor prima, in quelli che possono dirsi i “personaggi negativi” della storia (oltre allo zio, mi sento di includere anche la madre di Mackenzie, distratta ed egoista, non per nulla presente soltanto nella scena iniziale all’aeroporto), si può sempre includere un fondo di dolore che determina in qualche modo le loro azioni (la perdita del fratello/marito). 
Il tratteggio del carattere dei vari personaggi, secondo me è tutt’altro che superficiale, ma casomai è fatto con molta discrezione e molto tatto: il regista porta un encomiabile rispetto alle figure che costruisce, evitando di esporle troppo, di darle in pasto ad un’eventuale insana, morbosa curiosità dello spettatore, ma lasciando che si arrivi alle loro profondità interiori attraverso le vicende. In questo senso, gli scenari selvaggi di natura ed animali (l’incontro improvviso con l’orso è al contempo rischio e fortuna, spavento e meraviglia incomparabili) contribuiscono in maniera determinante, diventando essi stessi porte di accesso alla comprensione dell’umanità inscenata.
Pluripremiato, primo promettente lungometraggio di Frank Hall Green, già presente sulla scena del cinema cosiddetto “indipendente” d’oltre oceano come produttore e sceneggiatore, ”Wildlike” è un ottimo film.
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martedì 19 gennaio 2016

Dancing With Maria - Ivan Gergolet (Ita-Arg-Slo 2014)

"Devo  ringraziare  la  vita:  nonostante  mi  abbia  sempre  sottoposta  ad  una  costante  e  difficile  lotta,  tuttavia  mi  ha  introdotta  nel  meraviglioso  mondo  della  danza  che  è,  in  essenza,  l'incontro  di  un  essere  con  gli  altri".  
 
“Mia madre rimase zoppa prima che io nascessi. Io ho deciso di essere la gamba di mia madre”. 

                                           Maria  Fux .
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  Di recente ho “sentito scrivere” da una cara persona amicasufèisbuk (più cara ancora quando mi è accanto ultrafèisbuk ogni mercoledì sera) la seguente affermazione: “La Danza salverà il Mondo”,  seguita da una sfilza entusiasta di cuoricini esclamativi a scopo rafforzativo (è giovane, ‘sta persona. Beata lei…). Se quel che dice è vero io sono fottuto, e meno male che in ogni Mondo che si rispetti c’è un ruolo anche per noi fottuti in partenza, meglio se con previo consapevole consenso e meglio ancora se fatto con la giusta eleganza....

   Fatto sta che Maria Fux, classe 1922, giusti giusti quattro giorni più vecchia di mio padre, da bambina non avrebbe mai potuto danzare se avesse costretto se stessa a dar retta al padre suo, ostile, come ogni buon padre dell’Epoca e dell’Epoche tutte, alla palese volgarità del desiderio dei suoi diretti discendenti (specialmente se femmina) di voler agitare pubblicamente il proprio corpo a fini professionali, peggio mi sento se spacciati per fini artistici.

   Invece Maria (individuo “Alpha” della nostra specie che, come insegnava al cinema già nel 1968 Franklin J. Schaffner, è l’involuzione di quella delle scimmie) ha tirato diritto, e come farebbe con naturalezza ogni futura scimmia ha continuato a muoversi. E ai fini artistici ha voluto unire i fini terapeutici, ben intuendo, da soggetto Alpha qual è, che negare il ritmo che è dentro ciascuno di noi, immobilizzarsi nelle repliche di pietra che suo padre avrebbe voluto per lei, fa ammalare. 

   Maria Fux in questo splendido docufilm è vestita di un abito viola, lungo, rassicurante e leggero, spiritoso, serissimo, autorevole e cordiale, una specie di Fata Violetta e Cicala Parlante insieme. Appare ai suoi “Bambini di Legno” col suono di una campanella, sparisce come una visione al termine della seduta lasciando però tutto di sé ai suoi allievi, tutto ciò che ha dentro di sé, e cioè la musica, quella musica che anche ai sordi riesce a far ballare, mangiare, afferrare con la punta delle dita, musica che può essere anche solo un rumore, un vento, una piuma, un telo soffice che ti sfiora, uno sciame di cordellini colorati che ti gioca intorno.  

   Da fottuto in partenza quale mi sono dichiarato, danzamovimentista di primo pelo e ultima spiaggia, posso solo aggiungere molte lodi per Ivan Gergolet, regista italo sloveno dalla biografia imperscrutabile e dai meritati tributi a Venezia #71 per questo suo film confezionato alla perfezione sotto ogni aspetto, mentre per ciò che riguarda Maria Fux, ritenendo di non potermi permettere l’indebito lusso di  aggiungere altro di mio, mi concedo  invece la noia di trascrivere/tradurre/copiaincollare qui di seguito alcune cose trovate in rete, tra il suo sito ufficiale e altri siti che ufficialmente le riconoscono ciò che io conoscerò solo quando sarò finalmente diventato scimmia.


“La proposta è semplice e alla portata di tutti; la narrazione nasce dal movimento e quindi nessun corpo può rimanere statico; il racconto si rivela in forma esclusiva attraverso l'azione - e non attraverso i pensieri - convinti che il corpo sia incapace di mentire.
La ricerca dell'alunno viene quindi orientata alla scoperta del gesto vero e sincero, in coerenza con il proprio corpo e quindi squisitamente unico. Il gesto vero e sincero che ci appartiene è quello che, mentre lo compiamo, ci dà piacere e gioia. In esso possiamo riconoscerci, ci sentiamo comodi, al di là delle nostre incertezze e senza fatica.”


- “Sono un’artista che, attraverso un lavoro creativo, ha trovato un metodo che produce il cambiamento nelle persone attraverso il movimento. La sola cosa che faccio è stimolare le potenzialità di ognuno. Non parlo di cura, ma di cambiamento: qualunque sia la gravità del problema, ci sarà sempre qualcosa da modificare, anche se è opportuno dire che il solo movimento non fa sì che il soggetto cambi, così come è corretto dire che non tutti sono necessariamente predisposti ad un cambiamento del proprio corpo, del proprio sentire, della propria vita. E’ un metodo di lavoro, creato dalla mia esperienza di artista.”

- “Attraverso il movimento si producono cambiamenti che non sono solamente fisici, ma che riguardano spesso la nostra interiorità ignorata, sensoriale e psichica. Attraverso il movimento, il “no” del corpo può diventare “sì”, semplicemente attraverso la stimolazione  delle aree dormienti del corpo stesso, e non soltanto attraverso i canali uditivi.”



lunedì 14 dicembre 2015

Love & Mercy (Bill Pohlad) - Usa 2014

   La prima cosa che andrebbe apprezzata di questo film è l’efficienza del casting che ha saputo scovare in Paul Dano una sorprendente somiglianza col vero Brian Wilson, arrivando oltretutto ad usufruire del fatto che lo stesso Dano sa anche cantare e suonare il pianoforte piuttosto egregiamente, cosa che ha consentito al fortunato regista Bill Polhad di girare delle belle scene a tutto tondo in cui non fosse necessario separare le mani del pianista dai suoi primi piani. Al contrario di quanto accade invece nel caso di John Cusack  il quale ha in questa del pianoforte la sua unica, inevitabile limitazione, mentre per il resto, da suo non-estimatore, devo riconoscere  che offre qui un’interpretazione davvero pregevole di un personaggio davvero difficile da interpretare. 

   Gli  attori che danno vita ai due Brian Wilson (il giovane, in piena attività e circondato dal successo e al contempo alle prese con le difficoltà psicologiche innescate da un padre opportunista, dispotico ed egoista, e quello adulto, impegnato invece a difendere e ricostruire la sua emotività e la sua psiche messe a dura prova non certo solo dal successo) sono certamente i due capisaldi principali di “Love & Mercy”, brano di successo di Wilson già in carriera solista e titolo ben significante per tutto il lavoro di Polhad. 

   Ma va sicuramente sottolineata anche la straordinaria prova dei due attori non protagonisti i cui personaggi affiancano la vita del musicista: Paul Giamatti nel ruolo del mefistofelico dott. Landy che “pretenderebbe” di avere in cura il “presunto” schizo/paranoico Wilson, e ancor di più Elizabeth Banks (Melinda Ledbetter nel film e nella realtà), la donna che, battagliando con coraggio contro il suddetto sedicente dottore grazie ad un sentimento tenero e profondo che la coglie subito già dal primo incontro col  protagonista (meravigliosa la scena nel salone auto in cui Melinda vende una splendida Cadillac blu a Brian), stretta in un universo fatto completamente di maschi, si muove con una splendida miscela di  leggerezza e determinazione, delicatezza e polso fermo, sempre mossa dall’affetto (presto amore) per quell’uomo fragile ed indifeso (tanto più indifeso quanto più circondato da persone che pretenderebbero di difenderlo) che tratterà sempre con un rispetto ed una sensibilità resi davvero straordinariamente bene dalla Banks.

   Un film molto tenero, anche molto divertente (come non può essere divertente farsi accompagnare per tutto il tempo dalla musica dei Beach Boys, risposta americana e pertanto un po’ rozza ai contemporanei Beatles di oltreoceano...), dove Polhad cura molto bene ogni dettaglio in tutti i contesti, da quello strettamente musicale (ottime e brillanti tutte le scene negli studi di registrazione), a quello più intimista della vicenda amorosa tra Brian e Melinda (che sembra davvero rubata ad una favola moderna), a quello crudele e stonato di chi non ha mai saputo capire ed amare Brian (il padre) o ha cercato di trarne profitto (Il dottore e il suo entourage): il ritmo è sempre altissimo, le alternanze temporali tra il Wilson giovane e quello adulto è sempre puntuale, un tocco di coloritura “vintage” ogni tanto, pennellata bene e senza troppa piaggeria nei confronti degli inguaribili nostalgici, anzi forse più ad uso e consumo delle nuove generazioni (alle quali maggiormente consiglio la visione di questo film) che di Brian Wilson e dei Beach Boys non sanno nulla di più di quanto non gli abbia riferito per caso qualche spot pubblicitario o qualche sigla televisiva.

   Molte nomine/premi festivalieri su tutti i fronti (attori, sceneggiatura, regia... musica naturalmente, dove è significativo un premio per il vero Brian Wilson al Festival di Nashville...), un film che merita senz’altro di essere visto.


    Nota velenosa a margine: naturalmente, in lingua originale, a meno che non si vogliano far doppiare anche i Beach Boys, magari dal Trio Volo...
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mercoledì 11 novembre 2015

Bone Tomahawk - S. Craig Zahler (USA 2015)



A metà tra l’horror e lo splatter e usando il western solo come pretesto, questo inquietante “Bone Tomahawk” è di piuttosto difficile catalogazione: immerso in un’atmosfera surreale già dalla prima parte, quella ambientata in una piccola comunità di frontiera nel lontanissimo ovest sperduta e marginale  dove poche anime, specie dopo che gli uomini se ne sono andati tutti con le mandrie, muovono blandamente la loro esistenza aggregate intorno ad un unico centro rappresentato da un silenzioso e “sospeso” saloon;  in un clima rarefatto (non privo di utili venature ironiche) dove ciò che dovrà accadere si insinua attraverso piccoli eventi striscianti nonché attraverso il presentarsi dei vari personaggi del film, ognuno a suo modo nient’affatto banale, nella seconda parte (dove il variegato quartetto di “cacciatori” si addentra in quella zona sconosciuta e desertica in cui nessuno osava mai mettere piede) il film accentua ulteriormente il senso di estraniamento, fino ad arrivare agli ultimi 30/40 minuti in cui la degenerazione visiva di frecce, scalpi, sangue di mostri e sbudellamenti vari finisce per prevalere con fin troppa veemenza, dando un sapore esageratamente disgustoso alla vicenda e di difficile (se non impossibile) sopportazione per occhi e anime troppo delicati.
Pieno di difetti non solo di sceneggiatura, ma soprattutto nel tentativo di caratterizzare, armonizzandoli in una logica comune, i quattro protagonisti del drappello di coraggiosi, “Bone Tomahawk” è comunque un film interessante pur nelle assurdità che inscena (quelle volute e quelle non volute), capace di catturare l’attenzione senza stancare troppo per oltre le due ore di durata, eccessivo (come già detto) nel finale,  dove l’ottima prova del cast (in primis quella di Kurt Russel nella parte dello sceriffo) contribuisce a farne apprezzare gli sforzi positivi di S. Craig Zahler, giovane e forse ancora inesperto  alla sua opera prima da regista e già conosciuto come direttore di fotografia (ottima anche qui anche se non firmata dal suddetto).
Decisamente inadatto ai minori di un tot quoziente di sopportazione gastrico/emotiva, ma a suo modo interessante.
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