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lunedì 11 luglio 2016

Here Comes the Flood (Peter Gabriel - 1977). Libera traduzione e azzardato commento.

   Sono passati quasi quarant’anni da che “Here Comes the Flood” uscì in vinile e a 33 giri, brano di chiusura del primo album solista di Peter Gabriel: Gabriel aveva appena lasciato i “Genesis”, decretando contemporaneamente il fallimento di questi ultimi e l’affermazione di se stesso come uno dei più grandi geni della musica “pop” contemporanea. 

   Azzardare una traduzione di questo brano non è cosa facile: non lo è mai quando si tratta di geni, meno ancora se a farlo ci prova un semplice praticone come il sottoscritto. Ma nessuna delle traduzioni (quelle letterali sono improponibili sotto ogni aspetto) o “interpretazioni” più ragionate del testo che ho trovato in rete mi ha pienamente convinto, comprese quelle che si sono encomiabilmente sforzate di partire da quel poco che si ritrova delle spiegazioni date dallo stesso Gabriel al testo per poter pervenire ad una “interpretazione autentica” di ciò che il brano voleva significare. 

   Gabriel, per chi non lo sapesse, è anche un poeta. Non nel senso che siano mai state pubblicate sue poesie (non mi risulta, almeno per ora), ma ogni testo scritto da lui ha quella visionarietà e quella folle fantasia che di altri non possono essere se non di un vero poeta. E “rifare” in un'altra lingua una poesia di Gabriel non è roba per praticoni. Pertanto ho preferito (leggasi: sono stato costretto a) farne una traduzione più vicina ad un linguaggio in prosa piuttosto che in versi, una specie di breve monologo basato sulla “aspirazione profetica” avuta da Gabriel nello scrivere “Here Comes The Flood”.

   Come spiega il suo autore, il Diluvio di cui parla la canzone è ovviamente metaforico: nel 1977, anno di uscita, era già diverso tempo che si parlava (e/o si cantava) dell’avvento prossimo venturo della “Età dell’Acquario”, forse già in atto, almeno nelle speranze di molti. E forse non a caso Gabriel parla di Acque, di Mari, di Mondo Sommerso, tutto come contraltare alla mondo di “Carne e Sangue” ormai vecchio e smarrito  di cui l’essere umano è ancora prigioniero, vittima non incolpevole di quell’ ignoranza (e, perché no, ipocrisia) simboleggiata dalle Maschere di Attori dalle quali dovremo liberarci per rivelare  la nostra vera essenza. Acque, dunque: tutti soggetti in qualche modo senzienti ed agenti (le onde di acciaio che tirano chiodi verso il cielo), motivo per il quale li ho voluti trascrivere usando la lettera maiuscola . E il Diluvio, naturalmente: un Diluvio psichico, energetico, mentale, una sinergia di sinapsi capace di incendiare il cielo con un lampo, operata da coloro che, tra tutti gli altri, avrebbero ed avranno l’opportunità e la volontà di preparare le nuove Isole su cui si salverebbe una rinnovata Umanità.

    Gabriel (dichiarava lui stesso) era partito da una riflessione improvvisa avuta una sera in cui si accorse che, accendendo la radio al calar della notte, man mano aumentavano di numero le stazioni che potevano essere udite. Ciò creava per Gabriel una sorta di caos confuso nel quale  volle individuare una specie di “avvertimento”, forse un richiamo, un pre- allarme in grado di mettere in movimento colui che sa ascoltare ed interpretare i segnali provenienti da dimensioni sconosciute, e comunque
superiori, pronto ad accogliere ed immergersi in quel “Tempo Pasquale” (“Easterntide” è appunto la parola anglosassone che individua il periodo liturgico tra Pasqua e Pentecoste) dove Morte e Resurrezione si accompagnano e accompagnano l’Uomo nel suo necessario sacrificio di redenzione.
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When the night shows
the signals grow on radios
All the strange things
they come and go, as early warnings
Stranded starfish have no place to hide
still waiting for the swollen Easter tide
There's no point in direction we cannot
even choose a side.

I took the old track
the hollow shoulder, across the waters
On the tall cliffs
they were getting older, sons and daughters
The jaded underworld was riding high
Waves of steel hurled metal at the sky
and as the nail sunk in the cloud, the rain
was warm and soaked the crowd.




 Lord, here comes the flood
We'll say goodbye to flesh and blood
If again the seas are silent
in any still alive
It'll be those who gave their island to survive
Drink up, dreamers, you're running dry.


When the flood calls
You have no home, you have no walls
In the thunder crash
You're a thousand minds, within a flash
Don't be afraid to cry at what you see
The actors gone, there's only you and me
And if we break before the dawn, they'll
use up what we used to be.


Quando scende la notte, le stazioni radio crescono di numero, si possono sentire un sacco di strani segnali,  voci e rumori che vanno, vengono, e sembra che tutto sia lì per darci un qualche preavviso. Dal canto loro, le Stelle Marine spiaggiate  non hanno nessun posto dove nascondersi: possono solo starsene ad aspettare la Grassa Marea di Pasqua, mentre per noi è inutile darsi un qualsiasi riferimento, perché a quel punto non potremmo nemmeno scegliere da che lato metterci.

Presi il vecchio sentiero che attraversa le Acque, senza portarmi niente in spalla. Giunto in cima alle Alte Scogliere vidi che tutti, indifferentemente,  stavano invecchiando: i maschi come le femmine, e le figlie e i  figli con loro. Il Mondo Sommerso,  invece, stufo  e ormai al limite della sopportazione,  stava finalmente andando alla grande: con le sue Onde d’acciaio si era messo a scagliare pezzi di metallo contro il cielo, cosicché, al primo chiodo che riuscì ad affondarsi dentro una nuvola, ecco una pioggia, calda, sommergere tutti quanti...



Oddio! Il Diluvio! Possiamo dire addio alla nostra carne e al nostro sangue! E se mai i Mari volessero un giorno di nuovo tacere, troveranno ancora vivi solo coloro che seppero darsi un’Isola. Perciò bevete tutto fino alla fine, illusi, prima di inaridirvi!



Perché quando il Diluvio ci chiama, non c’è casa, non c’è muro che possa proteggerci. Esplode un tuono, e noi dobbiamo essere le mille Menti che hanno acceso il lampo. Non aver paura di piangere: ciò che vedrai sarà quel che di noi resta dopo che avremo smesso di fingere e recitare come attori.  E se saremo riusciti a farlo prima dell’alba, ciò che siamo stati prima non sarà mai più.

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domenica 5 giugno 2016

Sueño de barrilete

- “Sueño de barrilete” (Testo e musica di Eladia Blázquez. Al link: incisione di Rubén Juárez del 1969. Libera traduzione/interpretazione del sottoscritto).

   “Già da piccino ero pieno di fantasia: sognavo di essere un aquilone che volava sempre più in alto, spinto tra le nuvole da un vento di speranza. Sono cresciuto dentro questa illusione semplicemente ascoltando il mio cuore, ancora non sapevo che la vita non è un giocattolo, e che gli ideali valgono niente come le banconote false.

   Dall’amore ho avuto solo delusioni, perché ho sempre preferito regalare il mio cuore anziché venderlo. Poi mi sono ostinato a scrivere versi senza rendermi conto che la vita è solo dolore scritto in prosa, e che la vita uccide tutte le cose migliori, maledetta vita! Questa fatica senza fine mi sta annientando, dentro di me si aprono ferite di continuo, e il sorriso di un tempo è andato in frantumi come un cristallo rotto...

   Mi chiedo dove sia finito il bambino di un tempo, quello che voleva essere un aquilone, quello che credeva che la vita sia qualcosa di più del solo lavorare per mangiare. Non so se mi sia venuta meno la fiducia, oppure la volontà, o se invece sia stato soltanto un vento cattivo  a tirarmi giù dalle nuvole, e a farmi risvegliare.”
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lunedì 23 maggio 2016

Memorie per Un Attimo

Di tutte le luminescenti immagini, testimonianze bellissime “dentro e fuori”, di cui si è riempito il mondo virtuale in questi giorni riguardo al film dell’amico Claudio Venanzini, oggi che si raffredda (e direi: “finalmente!”) il calore dei riflettori sulla vicenda, vorrei che l’immagine che metta fine... anzi no: che “dica ciao” a tutto quanto mi è successo per aver partecipato a questa impresa fosse invece questo piccolo selfie niente affatto professionale,  sul quale però è necessario prima dare una breve spiegazione:
durante tutte le riprese del film, la mia febbrile mente, sempre in preda a crisi adrenaliniche scomposte, ha avuto la necessità di punteggiare le varie fasi del nostro “lavoro” con alcuni brevi filmati  che mi facevo da solo al telefonino, poi condivisi con il gruppo del cast, in cui parodiavo quanto stava succedendo sul set  attraverso alcuni sciocchi siparietti in cui parlavo con “Ofiuco”, per l’occasione tramutato da costellazione in palloncino, in origine giallo e sorridente, e una volta sgonfiato quello e man mano che le fasi del film si facevano più drammatiche, sostituito da uno blu e dall’espressione piuttosto sconcertata. 

L’Ofiuco blu è poi sempre rimasto in camera mia, galleggiante e appoggiato nell’interspazio di due librerie, in attesa che anche a lui, come al suo predecessore sorridente, venisse a mancare il fiato necessario a sostenersi. E per me, che come orientamento religioso mi attribuisco quello di “mistico materialista”, non è stata una sorpresa scoprire che proprio questa mattina, l’ormai piccolissimo Ofiuco stava appoggiato a terra, disteso su un fianco, quasi chiedesse di poter dormire.
Ho lacrimato un po’ intanto che lo raccoglievo, per via di un’emozione che è difficile mettere nero su bianco, e che anche se non fosse così complicato farlo, forse sarebbe semplicemente più giusto non farlo, per rispetto verso quell’intimità sublime che può instaurarsi sorprendentemente con un semplice palloncino e con ciò che può arrivare a rappresentare.

“Solo per un attimo”, mi accorgo ora, non è soltanto il titolo del primo (credo per sempre unico) film nel quale, non so dove, ho trovato il coraggio (leggasi “faccia tosta”) di partecipare. E con un’accezione totalmente diversa da quella della battuta di Riccardo nel film, “solo per un attimo”, un attimo della cui eternità Riccardo non poteva sapere (ma io sì) è durata la ressa di emozioni, di benefiche paure, di trepidazioni un po’ infantili e pertanto più che sagge che mi hanno accompagnato dai primi giorni di quest’anno, quando sono cominciate le riprese del film, fino ad oggi, prima che un’orgia di affetti, di pacche sulle spalle, di sorrisi e di abbracci, di amicizie che neanch’io credevo, salutassero la proiezione di questo piccolo, grande lavoro nel quale ho sempre colpevolmente creduto  un po’ meno di quel meritava, e salutassero l’uscita di scena dell’io-Riccardo e del suo piccolo Ofiuco, Stelle per Caso e, appunto Solo per Un Attimo.
Grazie a tutti. 

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sabato 7 maggio 2016

ElephanTango #03




Lei dice: “Portami…”. E tanto basta: “portami”.  Siamo abbracciati, eppure non basta, non  serve,  se a quella sua preghiera io non so rispondere. “Portami…” è un sussurro, è un segreto nascosto, un desiderio esigente, una necessità: “portami”.   



Dunque son io quello che va: contatto, la mano, l’introduzione, otto battute, la schiena dritta, e “portami”. Ma qual è la direzione, l’intento dei passi? Dove sto andando, io, di così grande, lontano, quale  promessa è mai  così importante tanto che lei possa implorare, e fieramente: “portami”, restandomi stretta?
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martedì 12 aprile 2016

Bailarin Compadrito - Miguel Bucino, 1929

BAILARIN COMPADRITO –

Un vecchio classico del 1929 , testo e musica scritto da Miguel Bucino, dedicato a un ballerino che, iniziata la sua carriera nelle povere periferie di Buenos Aires, grazie al suo talento e alla sua ostinazione di vanitoso ragazzetto un po’ smargiasso, arriva a diventare un Maestro di tango ricco e famoso.

Anche quando non racconta di passioni amorose, la musica del tango è sempre struggente, evocativa, e sa riempire l’animo di chi la ascolta in pochissimi minuti e con pochissimi versi, forse proprio grazie alla sua magica capacità di sintesi, di un’emozione grandissima anche per le piccole cose della vita, quelle semplici, comuni, come l’amore, appunto. O del passare inesorabile del tempo, quando un vecchio e ricco signore di successo si guarda dentro lo specchio sfarzoso di un cabaret, e non può non  rimpiangere, intanto che sente risuonare una “Cumparsita”, quel birbantello squattrinato e ambizioso che era stato un tempo.

Libera traduzione, scevra da intenzioni letterarie. Incluso link audiovideo youtubbuto, non particolarmente pregevole dal punto di vista musicale/canoro, ma originale e dal vivo, e se non altro ricco di buona volontà coreografica e con due bravi ballerini sul palco.

Vestito come un dandy, capelli impomatati
e insieme a una ragazza carina più d’un fiore,
mentre balli in milonga ti dai  un sacco d’arie,
e ti esibisci facendo brillare la tua eleganza.

Qualcuno te l’aveva pur detto, vecchio birbante,
che un giorno saresti diventato il Re del Cabaret,
e che per insegnare i tuoi passi
avresti addirittura aperto un’Accademia.
E la Fortuna, che è Femmina, aiuta sempre i tenaci.

Ballerino sbruffone! che vanitoso muovevi i tuoi primi passi
in quella vecchia balera nella periferia del Barracas,
e ora, dopo aver rincorso  una nuova vita,
vieni a esibirti fino a Maipù!


Io lo so che quando senti suonare “La Cumparsita”
hai un tuffo al cuore, ricordandoti di come la ballavi
in maniche di camicia e senza un quattrino,
mentre ora lo stesso tango lo balli da gran signore.

Però daresti chissà cosa per poter ritornare
per un attimo quello sbruffoncello di un tempo,
perché certe volte la gloria è solo una seccatura,
e certe volte vedi solo un uomo vecchio e triste
dentro lo specchio del vecchio cabaret.
Vestido como un dandy, peinao a la gomina
y dueño de una mina más linda que una flor,
bailás en la milonga con aire de importancia,
luciendo tu elegancia y haciendo exhibición.

Cualquiera iba a decirte, che, reo de otros tiempos,
que un día llegarías a rey del cabaret,
que pa’ enseñar tu corte pondrías academia…
Al taura siempre premia la suerte que es mujer.


Bailarín compadrito,
que floriaste tu corte primero,
en el viejo bailongo orillero
de Barracas al sur.

Bailarín compadrito,
que quisiste probar otra vida,
y al lucir tu famosa corrida
te viniste al Maipú.

Araca, cuando a veces oís La Cumparsita
yo sé cómo palpita tu cuore al recordar
que un día lo bailaste de lengue y sin un mango
y ahora el mismo tango bailás hecho un bacán.

Pero algo vos darías por ser sólo un ratito
el mismo compadrito del tiempo que se fue,
pues cansa tanta gloria y un poco triste y viejo
te ves en el espejo del viejo cabaret.


















































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lunedì 4 aprile 2016

ElephanTango

MILONGANNOZERO – ELEFANTANGO-



  Non so da che parte cominciare, anche perché non voglio farla tanto lunga che, primo: è già tardi, secondo: a farla troppo lunga, poi non ti si fila giustamente nessuno. E terzo, ci metto un terzo: tra qualche tempo che dir non so, forse non saprò nemmeno riconoscere chi è che ha scritto queste cose, perché col tempo si cambia, e per fortuna, e quindi.

 
 Però adesso c’è un gruppo di persone sparse tra le quali mi sono immerso per caso qualche mese fa  come un piccolo fedele nel Gange, verso le quali, in questa notte di capodanno dell’anno Zero, non posso non provare un senso di gratitudine e riconoscenza. Un gruppo, un branco di uomini ed elefantesse che mi hanno fatto (e sempre mi fanno sentire) come quel cucciolo cui i bracconieri hanno ucciso la madre, e che il resto del branco accoglie e raccoglie tra le sue sacre proboscidi come se fosse figlio loro.

   
Le ho guardate tutte, magari di nascosto; delle più giovani ho sentito battere il cuore e ho lasciato che il mio seguisse e condividesse la loro fatica e la paura per quel ritmo così argentino; dalle più anziane ho bevuto la loro festosa doccia, fangosa e fresca, di benvenuto. Ho il solo rammarico di non averle potute abbracciare tutte, di avere soltanto quattro zampe, nessuna delle quali non mi farà un male cane, domattina, dallo sforzo.  

   
Del capobranco invece ho ascoltato la voce, l’ho annusata, poi mi sono smarrito  per un attimo dietro la sua eleganza, e quando è stata la sua ora, il suo momento, non ho guardato per niente i suoi passi, nemmeno uno:  mi sono fermato sul suo viso, sugli occhi ancorché chiusi, le labbra dipinte tra le quali faceva capolino ogni tanto un piccola punta di lingua accorta, divertita, concentrata e fedele.  Ho voluto soffermarmi soltanto sulla sua espressione, non mi importava della tecnica,  perché era dall’odore dei passi,  e dalle insenature del suo volto che volevo imparare, e capire qualcosa.E ho capito, infatti: che si può anche rimanere cuccioli per sempre, e che se non ritorneremo come bambini non entreremo mai.


Firmato: Andrea.

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venerdì 1 aprile 2016

Il sorriso

Una signora mi disse, gentile, che nella vita, col mio sorriso, avrei aperto tutte le porte. Era amica di mia madre, io allora ero solo un bambino, timido, come lo sono ancora. Non lo disse a me direttamente, ma lo disse a mia madre  parlando di me in terza persona, mentre io ero lì, impacciato, tutto rosso di vergogna davanti a quei suoi gesti misurati che conferivano a quell’affermazione l’autorevolezza di un vaticinio benevolo. Mi sembra di ricordare che si chiamasse Lea... se così fosse, mi verrebbe da dire che nessuno nasce re per caso.

Così è stato: ancora oggi sono un bambino fortunato a cui basta un rotondo sorridere perché ogni porta gli venga aperta... Ma vorrei tanto che la signora Lea, allora anziana maestra elementare di tempi che oggi sono già reminescenze impossibili, fosse di nuovo qui a insegnarmi che cosa fare dopo. Forse potrebbe spiegarmi qualcosa di quell’abisso che si apre dietro ogni porta, spiegarmi la differenza fra un trucco e un prodigio, dirmi qualcosa del non saper entrare, del mio restare appeso all’uscio  così, col mio sorriso immobile di scimmia scioccamente compiaciuta  di se stessa e della sua bacchetta magica di bimbo.
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domenica 15 novembre 2015

Libertango


 Oggi sono grato alle mie debolezze. Sia chiaro: non voglio adularle, né assecondarle, né dar loro troppo da mangiare o bere così che ingrassino e mi ostruiscano qualche arteria della Coscienza. Ma mentre intorno, in queste ore, tutto il mondo è spaventato dall’ultimo Babàu franzòso fornitogli preconfezionato dal Potere, io sono felice di aver paura solo di me stesso, del mio.

   Provo un romantico senso di compassione, amore, tolleranza, accettazione delle mie paure, dei miei limiti. Assisto benevolo alle mie piccole sconfitte, alle ritirate momentanee, alle quelle due lacrime che mi ritornano dentro dopo aver concimato il mio volto stanco e incresciuto, bevute e così piene di sapore. Son grato a quel paio di orecchie buffe che mi cammina dentro lo specchio cercando un ritmo, desiderando il volo di una donna - una per tutte - che non sa far volare,  son grato a chi le sa ascoltare, condividere e vivere con me, anche se solo per pochi istanti. Son grato a chi mi dice “aspetta”, son grato a chi mi dice “vai”, a chi mi lascia il suo numero così, senza sapere, tanto per le mie orecchie, forse.

   Dedico a tutti loro questa luminosa domenica di grigio, i tortellini buoni, il vino, un pasto solitario e di letizia, e quella cipolla che finalmente, senza patemi, posso. Dedico e condivido, leggero per come può volare, il basso panorama - eppure immenso - dell’umile tacchino frastornato, chiassoso e goffo, spaventato già dal primo rosso e in disperata cerca di un rifugio aperto, testone, sciocco,  ripieno di intimorita fiducia.

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martedì 22 settembre 2015

La Volpe - Ivano Fossati

Passando attraverso una serie di figure preposte ad attivarne l’attenzione e poi a tentare di confonderne la coscienza (il cane che ritorna, la luna fra le piante, l’amico che è venuto), l’io narrante (anzi: cantante) di questo splendido brano di Ivano Fossati è destinato all’incontro con quell’attimo cruciale presente prima o poi nella vita di (quasi) ognuno di noi quando, come la volpe sorpresa dall’arrivo dell’inverno si capisce improvvisamente vulnerabile ed incapace di sopravvivere senza prima prepararsi una tana sicura, così l’uomo dovrà presto o tardi, e col passare delle stagioni (con quel “sarà” dell’ultima strofa che perde il punto di domanda, diventando affermativo),  rendersi conto di non poter più bastare da solo a sé stesso, di dover abbandonare la baldanza della propria illusoria autosufficienza, accogliendo con riconoscenza l’amore dell’altro che ha finalmente trovato la strada, univo vero rifugio salvifico dove potersi adagiare con fiducia e confortevole serenità, e trovando infine quella necessaria completezza di sé percepita come imprescindibile. La struggente versione live del brano è altamente consigliata. 


                       - La Volpe -

Che sarà quell'ombra in fondo al viale di casa mia
Che sarà quell'ombra in fondo al viale di casa mia
Sarà il cane che ritorna, ma il cane non è
Sarà il cane che ritorna, ma il cane non è

Che sarà quell'ombra in fondo al viale di casa mia
Che sarà quell'ombra in fondo al viale di casa mia
Sarà la luna fra le piante “malaluna”
Sarà la luna fra le piante “malaluna”
Sarà la luna fra le piante, ma la luna non è
Sarà la luna fra le piante, ma la luna non è

Che sarà quell'ombra sulla strada di casa mia
Che sarà quell'ombra sulla strada di casa mia
Sarà un amico che ha allungato la strada sarà
Sarà un amico che ha allungato la strada sarà
Sarà un amico che è arrivato, ma un amico non è
Sarà un amico che è arrivato, ma un amico non è

Che sarà quell'ombra sulla strada
Che sarà quell'ombra sulla strada
Sarà la volpe quando viene l'inverno sarà
Sarà la volpe quando viene l'inverno sarà
Sarà la volpe quando viene, ma la volpe non è
Sarà la volpe quando viene, ma la volpe non è

Sarà il mio amore che ha trovato la strada
Sarà il mio amore che ha trovato la strada
Come la volpe quando viene l'inverno sarà
Come la volpe quando viene l'inverno
Sarà.




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giovedì 17 settembre 2015

Contro-Metamorfosi

   Adesso bisogna che metta via quelle sigarette: il cuore ha ben altro da fare stamattina che non sia pompare l’ossigeno rarefatto.
Non mi succede mai che abbia paura a scendere dal letto: di solito, quando mi aspettano giorni con prove difficili, così come quando so che mi aspetta una giornata ricca e serena, scrollati rapidamente via i primi immancabili capricci dell’età delle mie ossa, salto veloce sopra le mie ciabatte e parto spedito verso il primo carezzevole caffè, sia quel che sia. 

   Oggi non è né l’uno, né l’altra. E’ solo che stamattina non c’ero io nel mio letto… Dopo una notte quasi insonne, dove ho potuto vegliare, sudando mille e un pensiero, e i miei occhi aperti nel buio hanno visto spuntare dal mio corpo in tempo reale ogni zampetta,  ogni antenna, hanno visto “il ventre diventare convesso, bruniccio, spartito da solchi arcuati”, la paura mi ha tenuto su un fianco, poi sull’altro, poi sulla schiena per quasi mezz’ora.
   
   Alla fine sono sceso, finalmente, atterrando sulle mie ciabatte; e la paura, anche se non svanita, è diventata sopportabile, quasi un’amica, perché al contrario di quanto accaduto al povero Gregor Samsa scritto da Kafka, il mostro che ho visto allo specchio dopo aver preso il primo caffè è bello, è davvero molto bello.
E adesso… fumo.

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lunedì 8 dicembre 2014

La Prima Volta


E così è stato.
        Quando scrissi la poesia “IlGiardino”, le volli subito bene. Forse perché voglio bene al mio giardino, alla mia casa in genere, la mia tana. O forse perché, attraverso quelle rime alternate,  infantili e sempliciotte, sentii subito che stava transitando efficacemente verso l’esterno il senso reale di ciò che covava nel mio animo. Che (dicono) sia ciò che veramente conta per una poesia e/o per il suo poeta.  Quando poi decisi di inviarla al primo concorso  cui abbia mai partecipato, venutomi a caso/non-a-caso... a cercare, lo feci con la più totale disillusione. Non a caso, appunto, mi definisco “PoEtaBeta”. E, colto dalla sorpresa di vedere “Il Giardino” classificarsi tra le migliori 15 poesie, selezionate tra un carnet di circa 300 (150 autori, partecipanti ciascuno con due opere), mi son dovuto lasciare spedire in orbita.
Vicino, vicinissimo: il Pianeta del Festival dei Due Parchi e del suo Quinto Concorso di Poesia organizzato dall’IPAEA è ad una frazione di anno luce infinitesimale lontano da qui, nemmeno 40 euro di treno andare e tornare: Ascoli Piceno (bella città: ruvida, primitiva, orgogliosamente  pietrificata... I Piceni, i Sabini, così erano e così sembrano essere ancora). Ci sono andato, e tornato, il tempo di uno scarno fine settimana, una missione spaziale lampo a cavallo tra due Parchi (Sibillini e Gran Sasso) e due Cieli  (quello pieno di sole di ieri mattina ad Ascoli e quello nero e ostile della Pesaro che mi ha ripreso solo poche ore dopo).
  Torno con una bella pubblicazione patinata, il mio nomecognome è scritto tra parentesi nelle prime trenta pagine. Un po’ mi voglio bene, come al mio giardino.  Un po’ mi odio, per non essere stato (ancora e sempre) in grado di cogliere i frutti che mi capitano a portata di mano, che potrei assaporare pienamente se solo sapessi avere meno paura.

Ad ogni modo: cin cin! 
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mercoledì 15 ottobre 2014

Tanti auguri a me.

E così, com’è come non è, oggi spengo per la seconda volta ventisei candeline. Ringrazio tutti per gli auguri, in particolare coloro che, colpevoli o innocenti, distratti o solo assenti, non me li hanno ancora fatti (cacchio, e poi accidenti! Per la rima).

    Questa sera (con sangiovese, piadina e porchetta per ben lodare il Creato, morto e risuscitato) ho scelto di rimanere in casa a “festeggiare” non so cosa,  con i miei ricordi....

    Dei primi ventisei anni ricordo sostanzialmente tre cose. In ordine cronologico: il primo bacio (16 anni), la cessazione definitiva dell’obbligo di studiare (18 anni), la consistenza fisica e le pericolose/goduriose influenze  dell’apparato riproduttivo femminile esterno esercitate nei miei confronti (dato non pervenuto).

     Dei successivi ventisei, due: cosa significa e come si fa a cenare da soli (presa la decisione di lasciare la famiglia senza costituirne inutilmente altre), e il mio adorato micio, recentemente scomparso, l’unico che mai, di quella solitudine, sia stato più o meno coscientemente in grado di darmi anche solo una pallida, minima, convincente spiegazione.

     Dei prossimi ventisei, ovviamente, non conservo ricordo alcuno, a meno che non calarsi in qualche sci-fi movie o teoria animistica di bassa lega. Auspico però di poterne avere uno, uno solo, che a quelli che “La vita comincia a quarant’anni” ho sempre replicato: “Sì, hai ragione,  è vero: quella brutta”.

    Nell’augurarmi anch'io buon compleanno, mi e vi regalo una fantastica canzone, auscultabile al seguente link:



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giovedì 2 ottobre 2014

Casa di Carne

“Casa di Carne” è un domicilio itinerante passionale ed intenso, entrati nel quale il ritmo incalzante di Francesca Bonafini,  consentendo rapidamente di sorvolare sulla sua sgangherata metrica incurante di punteggiature e congiuntivi  e al contrario ricca di locuzioni  raccapriccianti tipo : “stordita come una renna affumicata” o “decise che era ora di basta”, conduce il lettore sulle ali di Angela (creatura viaggiante  per antonomasia, la meno carnale che -non-  esista) verso una ricerca interiore quanto concreta, animale in quanto (appunto) anima, anima e carne per una volta coalizzati insieme (alla faccia di sampaoloapostolo) nella battaglia contro le infelicità e le insoddisfazioni inspiegate.
Altamente coinvolgente nella sua semplicità fluviale, la storia di Angela cattura in un sol colpo senza lasciare spazi vuoti, riempendo di partigiana empatia l’attenzione del lettore, al quale consiglio di approcciarsi più  con l’attitudine del ciottolo che con quella  del salmone per percorre al meglio (in risalita?) questo boat-book.

PS = auguro a Francesca la migliore fortuna per questo e per i successivi romanzi.
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giovedì 25 settembre 2014

Daniza

L'11 Settembre scorso, A.D. 2014, fatto di cronaca ancora fresco, ma che con l'andar del tempo puzzerà anche lui come fa il pesce dopo tre giorni, l'orsa Daniza, catturata in Trentino un mese avanti a causa del suo comportamente ritenuto essere diventato non sufficientemente sicuro per la popolazione, utilizzando a-tal-uòpo un iniezione anestetica, è morta poprio a causa delle conseguenze dell'anestetico.
Col dovuto rispetto per la popolazione del Trentino (contro la quale si è scatenata l'opione pubblica ingiustamente, essendo stata proprio la comunità trentina ad essersi pre/occupata di ripopolare l'area di orsi), senza nulla di personale nei confronti di nessuno, quanto piuttosto nei confronti del genere umano tutto, a me notoriamente niente affatto simpatico, mi sono voltuo inventare la scena della sua cattura. Pura fiction, falsa e probabile come tutte le fiction-s. Eccola:
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- Là, Tony! Un orso!
- Visto, Tony! Sta’ pronto!
- Dici che sia lei, Tony?
- Chi cazzo vuoi che sia, Tony? Siamo mica a Disneyland. Certo che è lei. Dai, il fucile...
- Quanto sonnifero ci hai messo?
- Molto, Tony, meglio non rischiare: quella troia non scherza.
- E’ coi suoi piccoli, Tony…
- Già, non li hanno ancora inventati gli asili nido questi bestioni. Ehehe!
- Che facciamo, Tony?
- Cazzo vorresti fare, Tony?! S’è preso quaranta punti di sutura, quello là, che stava solo andando a funghi, poveretto.
- Magari, però, se gli fosse piaciuto anche il sugo di piselli…
- Non dire scemenze Tony! E fai piano, se no ci sgàma, quella… Dai, prendi bene la mira.
- Tony?
- Che c’è, ancora?
- Tu credi che esista un dio degli orsi?
- Che minchiate ti vai inventando Tony? Chi cazzo è questo dio degli orsi?
- Quello che ha creato gli orsi a sua immagine e somiglianza.
- E che ne so, io, di queste stronzate?!? Io qua c’ho un ordinanza che mi dice che devo catturare quella bestia, mica una lettera di San Paolo Apostolo. Dai, preparati.
- E se l’ammazziamo, Tony, con tutto ‘sto sonnifero?
- E se l’ammazziamo, l’ammazziamo, chi se ne frega! Mica possiamo continuare a mandare la gente a funghi con quell’orsa in giro.
- Ma non è casa anche sua, questo posto?
-  Senti, Tony, mi stai facendo girare i coglioni con queste storie. Cazzo ti è preso? Vuoi deciderti a sparare, si o no? Tu spari, lei si addormenta, la prendiamo su, la portiamo dove la dobbiamo portare e ci fanno una bella foto, a tutti e tre. Diventiamo famosi.
- Non so Tony… mi fanno pena quei cuccioli.
- Ma che ti frega dei cuccioli?? Quelli li prendiamo su anche solo con le gabbie, mica dobbiamo sparare pure a quelli. Per quanto, se dipendesse da me…
- Ma resteranno soli al mondo.
- E capirai, fossero i primi a restare soli al mondo… Ma non ci pensi a Tony? Quello che gli è saltata addosso, quella bastarda laggiù…
- Non l’ha fatto per cattiveria.
- Ah no? E tu che ne sai? Per me, con quella faccia lì, quella è più cattiva di Bin Laden.
- Che gliene fregava a lei di Tony, Tony? Lei ha avuto solo paura per i suoi cuccioli.
- Senti, Tony… Io non lo so cosa ti è preso, però so che non possiamo stare qui tutto il giorno a raccontarci le storie. Ora tu mi fai il santo favore di star calmo, prendere un bel respiro, una bella mira, e tirare questa fottuta siringa nel culo di quell’orsa, va bene?!
- E poi, Tony?
- E poi ti invito a pranzo a casa mia, contento?
- Che ha preparato di buono, tua moglie?
- Polenta. Col capriolo.


lunedì 1 settembre 2014

Lettera ad un cane.

Ecco come risponderei a questa lettera ritrovata su facebook grazie alla condivisione di un amico:


     Caro amico a 4 zampe,
     rispondo rivolgendomi direttamente a te, anche se so benissimo che non puoi essere stato tu a scrivere quella lettera: conosco troppo bene la retorica umana, piagnucolante ed ipocrita, per non accorgermi che può essere stato solo un essere umano come me a metterti in bocca quelle parole.  Tuttavia sono certo che saprò esprimermi meglio avendo te come interlocutore, e non mi sarà difficile visto l’affetto che mi sforzo di nutrire (non so con quanto successo) per la tua razza e per gli altri amici animali.
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domenica 31 agosto 2014

Di Fine Estate

   Stamattina, ultimo istante di un’estate capricciosa e ribelle, il mare ha voluto darmi il meglio di sé: bello come quest’anno mai, allegro e cristallino, l’ho accarezzato a lungo mentre  mi sorrideva. L’ho ringraziato per avermi di nuovo risparmiato le sue potenti ire, per avermi consentito ancora di giocare con lui in quell’elemento che, di diritto, non mi appartiene, senza pericolo e senza dolore, al sicuro.
   E’ stata grande la fatica nel momento del congedo: continuavo a guardarlo incapace di andarmene, anche se ci eravamo già detti tutto, spiegato tutto, spiegato perché in quest’anno dispari 2014 non sia riuscito ad  innamorami di lui come in passato, perché a nessun appuntamento rosa di gabbiani al tramonto, quando l’umanità recede e restano soltanto le nostre virtù selvagge, mi sia mai quest’anno presentato, perché e a causa di quali nuvole cattive sia sembrato, per una lunga estate, spegnersi il fuoco della nostra intesa.  Continuava a sorridermi, noncurante di tutti i  perché, e felice. Ed io con lui, felice: lo struggimento per quelle acque salate e dolci che domani una bora mordente renderà torbide e malvage, la benevolenza crudele del tempo che al tempo giusto separa gli amanti quando la stagione del cuore deve finire.
   Rincasando, lucida e pulita, la prima castagna selvatica caduta dal suo ramo sulla terra mi ha occhieggiato mentre le sfrecciavo accanto, pigro e distratto, sul mio motorino. Rimpiango adesso di non essermi fermato a raccoglierla.
Dopo, si alzerà forte un vento…

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giovedì 21 agosto 2014

A Cippo Legacy.

Sono passati un tot di anni da quando ho montato questo filmetto, e un tot ulteriore da quando furono “girate le scene” che contiene (pregasi notare l’onestà intellettuale e critica insita nel virgolettato...). Erano i primi tempi che mi gingillavo con le nuove apparecchiature elettroniche della nostra modernità, al cui uso e alla cui scoperta mi sono sempre adoperato con pervicace e costante, lieve ritardo rispetto alla media, ed ero pertanto nella fase scimmiesca in cui anche soltanto potersi riguardare dento una fotocameretta da due soldi sgragnata tra i saldi di un mega-store, mi procurava, nonostante l’età fosse già quella di un “Sapiens-sapiens” adulto, un gran divertimento. Quella fase è passata, ed è un peccato, perchè come tutte le cose sciocche ed infantili è destinata in qualche modo ad essere rimpianta, e perché è sempre meno facile, man mano che il tempo passa, poter trovare qualcosa intorno che ti faccia sentire ancora gioiosamente bambino.
Difficilmente la mia mente asimmetrica riuscirà a partorire di nuovo qualche creazione come “A Cippo Legacy”, data anche la pigrizia (tecnologica e non) attualmente in rapida rimonta, unita alle nuova consapevolezza dei propri limiti maturata nel frattempo, la quale mi ha ormai pressochè convinto che non sarò mai né un grande regista, né un grande video maker, e neppure (forse, prima o poi) un grande blogger.
Mi tengo comunque sempre buona qualche via di fuga, tante volte dovesse servire, prima che una compassionevole età pensionistica, o un qualche pernicioso coccolone di natura cardio vascolare mi trascini nel gorgo del dissolvimento, personale o di specie.
Comunque sia, sul mio blog, “A Cippo Legacy” non poteva mancare”.
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venerdì 1 agosto 2014

La sezione "Download"

E possibile scaricare i racconti (per ora è uno solo, chi vivrà, vedrà...) nella sezione "Download" in basso a sinistra. Sono zippati in formato .PDF e .epub per la gioia dei vostri bei ciaffetti con l'e-reader dentro.
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giovedì 12 giugno 2014

PAPAOUTAI

Il  tema della genitorialità che tratta “Papaoutai” non solo non mi è congeniale, ma nutro nei suoi confronti una sostanziale indifferenza, quando non vera e propria avversione ed antipatia. Il genere musicale stesso non è tra quelli che sono solito frequentare, ma con questa “opera” del signor Stromae, al secolo Paul Van Haver, trentenne musicista belga di passaporto e di madre, ruandese nel bagaglio genetico lasciatogli dai complementari cromosomi paterni, mi è successo quello che di tanto in tanto mi capita senza che me ne accorga, fulmine a ciel sereno.
E così, rimasto colpito mentre ascoltavo alla radio questa geniale, tormentosa lamentazione della quale coglievo solo alcune delle sue sfumature, sono andato ad approfondire in rete, scoprendone, tra le altre cose, il relativo video assolutamente eccezionale: le quattro coppie padre/figlio che compaiono nella clip (più una composta di due ragazze, probabilmente rappresentanti il lato della maternità, trascurato a favore di quello della paternità), danno ciascuna il proprio apporto, integrando ciò che col testo viene raccontato: quella rossa racconta del gioco, quella arancione e quella gialla dell’educazione sana ai buoni principi l’una, della paternità violenta e concepita come “padronanza” prevaricatrice l’altra. Infine la coppia del “l’io narrante”, genialmente confusa con un manichino sorridente raffigurante lo stesso Stromae, che si dibatte tra indefinitezza ed indecisione, senza contorni, omologata alla banalità quotidiana, restando apertamente incompiuta ed interrogativa fino al finale, dove anche il bambino sceglie di ingessarsi nello stesso sorriso freddo del padre.
Geniale.
In rete, ho trovato delle trascrizioni del testo che facevano accapponare la pelle, la migliore che ho trovato, e che mi sembra infine quella corretta è questa che segue. Mi sono poi divertito a dare una mia personale interpretazione del testo, traducendolo a mia volta.
Dites-moi d'où il vient
Enfin je saurais où je vais
Maman dit que lorsqu'on cherche bien
On finit toujours par trouver
Elle dit qu'il n'est jamais très loin
Qu'il part très souvent travailler
Maman dit "travailler c'est bien"
Bien mieux qu'être mal accompagné
Pas vrai ?

Où est ton papa ?
Dis-moi où est ton papa ?
Sans même devoir lui parler
Il sait ce qui ne va pas
Ah sacré papa
Dis-moi où es-tu caché ?
Ça doit, faire au moins mille fois que j'ai
Compté mes doigts

Où t'es, papaoutai ?
Où t'es, papaoutai ?
Où t'es, papaoutai ?
Où t'es, où t'es où, papaoutai ?

Quoi, qu'on y croit ou pas
Y aura bien un jour où on y croira plus
Un jour ou l'autre on sera tous papa
Et d'un jour à l'autre on aura disparu
Serons-nous détestables ?
Serons-nous admirables ?
Des géniteurs ou des génies ?
Dites-nous qui donne naissance aux irresponsables ?
Ah dites-nous qui, tient
Tout le monde sait comment on fait les bébés
Mais personne sait comment on fait des papas
Monsieur Je-sais-tout en aurait hérité, c'est ça
Faut l'sucer d'son pouce ou quoi ?
Dites-nous où c'est caché, ça doit
Faire au moins mille fois qu'on a, bouffé nos doigts.

Où t'es, papaoutai ?

Ditemi da dove viene lui, così alla fine saprò dove finirò io.
 Mamma dice che quando si cerca bene, si finisce sempre per  trovare.
Dice che non è mai troppo lontano, che va fuori spesso per lavoro.
Mamma dice: “E’ meglio lavorare che frequentare cattive compagnie, non trovi?”


Dov’è tuo papà? Dimmi, dov’è tuo papà?
Che non c’è bisogno di dirgli niente: lui sa subito cosa c’è che non va.
Benedetto papà, dove ti sei nascosto?
Che saranno mille volte che mi conto le dita...



Dove sei, papà? Papà, dove sei? 





Ad ogni modo, ci si creda o no, prima o poi ci si crederà meglio:
un giorno o l’altro saremo tutti papà, e da un giorno all’altro saremo spariti tutti.
Saremo detestabili? Ammirabili? Genitori o geni... fammi capire:
ma chi è che mette al mondo gli irresponsabili?
Spiegami un po’ questa cosa: tutti sanno come si fanno i bambini,
ma nessuno sa come si fa un papà.
Signor “so-tutto-io”, è un fatto ereditario succhiarsi il pollice, o cosa?
Dimmi piuttosto dove ti sei nascosto, che saranno mille volte che mi  mangio le dita.
Dove sei, papà? Papà, dove sei?
Dov’è tuo papà? Dimmi, dov’è tuo papà?
Che non c’è bisogno di dirgli niente: lui sa subito cosa c’è che non va.
Benedetto papà, dove ti sei nascosto?
Che saranno mille volte che mi conto le dita...

Dove sei, papà? Papà, dove sei?  




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