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giovedì 27 ottobre 2016

Bigmouth - The Smith (A.D. 1986)

Sweetness, sweetness I was only joking
When I said I'd like to smash every tooth
In your head.



Oh sweetness, sweetness, I was only joking
When I said by rights you should be
Bludgeoned in your bed.

And now I know how Joan of Arc felt
Now I know how Joan of Arc felt
As the flames rose to her roman nose
And her Walkman started to melt.





Oh Bigmouth,  bigmouth,
Bigmouth strikes again
And I've got no right to take my place
with the human race.

Avanti, dolcezza, su....
scherzavo...
Ho detto che vorrei romperti
tutti i denti che hai in bocca?


Che bisognerebbe prenderti a randellate
fino ad ammazzarti
intanto che te ne stai a letto beata?

Ma dai, su... che sono solo un boccalone.
Pensa invece a Giovanna d’Arco,
a quel suo bel nasino romanico
che prende fuoco
mentre il walkman gli si squaglia dentro le orecchie!
Eh, dolcezza? Che ne dici?


Avanti, dai... Noi,
noi siam mica di questo mondo....




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giovedì 21 luglio 2016

Dio che non sei (Yves Bonnefoy)

“Dio che non sei
posa la mano sulle nostre spalle,
disegna il nostro corpo
col peso
del tuo ritorno.

Compi la fusione delle nostre anime
con gli astri, i boschi, le grida degli uccelli,
le ombre
e i giorni.

Rinuncia a Te in noi
come si squarcia un frutto.
E noi cancella in Te,
rivela il senso misterioso
di ciò che è solo semplice.

E senza fuoco
cadrebbe
in parole senza amore.”


                                     (Yves Bonnefoy)
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lunedì 11 luglio 2016

Here Comes the Flood (Peter Gabriel - 1977). Libera traduzione e azzardato commento.

   Sono passati quasi quarant’anni da che “Here Comes the Flood” uscì in vinile e a 33 giri, brano di chiusura del primo album solista di Peter Gabriel: Gabriel aveva appena lasciato i “Genesis”, decretando contemporaneamente il fallimento di questi ultimi e l’affermazione di se stesso come uno dei più grandi geni della musica “pop” contemporanea. 

   Azzardare una traduzione di questo brano non è cosa facile: non lo è mai quando si tratta di geni, meno ancora se a farlo ci prova un semplice praticone come il sottoscritto. Ma nessuna delle traduzioni (quelle letterali sono improponibili sotto ogni aspetto) o “interpretazioni” più ragionate del testo che ho trovato in rete mi ha pienamente convinto, comprese quelle che si sono encomiabilmente sforzate di partire da quel poco che si ritrova delle spiegazioni date dallo stesso Gabriel al testo per poter pervenire ad una “interpretazione autentica” di ciò che il brano voleva significare. 

   Gabriel, per chi non lo sapesse, è anche un poeta. Non nel senso che siano mai state pubblicate sue poesie (non mi risulta, almeno per ora), ma ogni testo scritto da lui ha quella visionarietà e quella folle fantasia che di altri non possono essere se non di un vero poeta. E “rifare” in un'altra lingua una poesia di Gabriel non è roba per praticoni. Pertanto ho preferito (leggasi: sono stato costretto a) farne una traduzione più vicina ad un linguaggio in prosa piuttosto che in versi, una specie di breve monologo basato sulla “aspirazione profetica” avuta da Gabriel nello scrivere “Here Comes The Flood”.

   Come spiega il suo autore, il Diluvio di cui parla la canzone è ovviamente metaforico: nel 1977, anno di uscita, era già diverso tempo che si parlava (e/o si cantava) dell’avvento prossimo venturo della “Età dell’Acquario”, forse già in atto, almeno nelle speranze di molti. E forse non a caso Gabriel parla di Acque, di Mari, di Mondo Sommerso, tutto come contraltare alla mondo di “Carne e Sangue” ormai vecchio e smarrito  di cui l’essere umano è ancora prigioniero, vittima non incolpevole di quell’ ignoranza (e, perché no, ipocrisia) simboleggiata dalle Maschere di Attori dalle quali dovremo liberarci per rivelare  la nostra vera essenza. Acque, dunque: tutti soggetti in qualche modo senzienti ed agenti (le onde di acciaio che tirano chiodi verso il cielo), motivo per il quale li ho voluti trascrivere usando la lettera maiuscola . E il Diluvio, naturalmente: un Diluvio psichico, energetico, mentale, una sinergia di sinapsi capace di incendiare il cielo con un lampo, operata da coloro che, tra tutti gli altri, avrebbero ed avranno l’opportunità e la volontà di preparare le nuove Isole su cui si salverebbe una rinnovata Umanità.

    Gabriel (dichiarava lui stesso) era partito da una riflessione improvvisa avuta una sera in cui si accorse che, accendendo la radio al calar della notte, man mano aumentavano di numero le stazioni che potevano essere udite. Ciò creava per Gabriel una sorta di caos confuso nel quale  volle individuare una specie di “avvertimento”, forse un richiamo, un pre- allarme in grado di mettere in movimento colui che sa ascoltare ed interpretare i segnali provenienti da dimensioni sconosciute, e comunque
superiori, pronto ad accogliere ed immergersi in quel “Tempo Pasquale” (“Easterntide” è appunto la parola anglosassone che individua il periodo liturgico tra Pasqua e Pentecoste) dove Morte e Resurrezione si accompagnano e accompagnano l’Uomo nel suo necessario sacrificio di redenzione.
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When the night shows
the signals grow on radios
All the strange things
they come and go, as early warnings
Stranded starfish have no place to hide
still waiting for the swollen Easter tide
There's no point in direction we cannot
even choose a side.

I took the old track
the hollow shoulder, across the waters
On the tall cliffs
they were getting older, sons and daughters
The jaded underworld was riding high
Waves of steel hurled metal at the sky
and as the nail sunk in the cloud, the rain
was warm and soaked the crowd.




 Lord, here comes the flood
We'll say goodbye to flesh and blood
If again the seas are silent
in any still alive
It'll be those who gave their island to survive
Drink up, dreamers, you're running dry.


When the flood calls
You have no home, you have no walls
In the thunder crash
You're a thousand minds, within a flash
Don't be afraid to cry at what you see
The actors gone, there's only you and me
And if we break before the dawn, they'll
use up what we used to be.


Quando scende la notte, le stazioni radio crescono di numero, si possono sentire un sacco di strani segnali,  voci e rumori che vanno, vengono, e sembra che tutto sia lì per darci un qualche preavviso. Dal canto loro, le Stelle Marine spiaggiate  non hanno nessun posto dove nascondersi: possono solo starsene ad aspettare la Grassa Marea di Pasqua, mentre per noi è inutile darsi un qualsiasi riferimento, perché a quel punto non potremmo nemmeno scegliere da che lato metterci.

Presi il vecchio sentiero che attraversa le Acque, senza portarmi niente in spalla. Giunto in cima alle Alte Scogliere vidi che tutti, indifferentemente,  stavano invecchiando: i maschi come le femmine, e le figlie e i  figli con loro. Il Mondo Sommerso,  invece, stufo  e ormai al limite della sopportazione,  stava finalmente andando alla grande: con le sue Onde d’acciaio si era messo a scagliare pezzi di metallo contro il cielo, cosicché, al primo chiodo che riuscì ad affondarsi dentro una nuvola, ecco una pioggia, calda, sommergere tutti quanti...



Oddio! Il Diluvio! Possiamo dire addio alla nostra carne e al nostro sangue! E se mai i Mari volessero un giorno di nuovo tacere, troveranno ancora vivi solo coloro che seppero darsi un’Isola. Perciò bevete tutto fino alla fine, illusi, prima di inaridirvi!



Perché quando il Diluvio ci chiama, non c’è casa, non c’è muro che possa proteggerci. Esplode un tuono, e noi dobbiamo essere le mille Menti che hanno acceso il lampo. Non aver paura di piangere: ciò che vedrai sarà quel che di noi resta dopo che avremo smesso di fingere e recitare come attori.  E se saremo riusciti a farlo prima dell’alba, ciò che siamo stati prima non sarà mai più.

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domenica 5 giugno 2016

Sueño de barrilete

- “Sueño de barrilete” (Testo e musica di Eladia Blázquez. Al link: incisione di Rubén Juárez del 1969. Libera traduzione/interpretazione del sottoscritto).

   “Già da piccino ero pieno di fantasia: sognavo di essere un aquilone che volava sempre più in alto, spinto tra le nuvole da un vento di speranza. Sono cresciuto dentro questa illusione semplicemente ascoltando il mio cuore, ancora non sapevo che la vita non è un giocattolo, e che gli ideali valgono niente come le banconote false.

   Dall’amore ho avuto solo delusioni, perché ho sempre preferito regalare il mio cuore anziché venderlo. Poi mi sono ostinato a scrivere versi senza rendermi conto che la vita è solo dolore scritto in prosa, e che la vita uccide tutte le cose migliori, maledetta vita! Questa fatica senza fine mi sta annientando, dentro di me si aprono ferite di continuo, e il sorriso di un tempo è andato in frantumi come un cristallo rotto...

   Mi chiedo dove sia finito il bambino di un tempo, quello che voleva essere un aquilone, quello che credeva che la vita sia qualcosa di più del solo lavorare per mangiare. Non so se mi sia venuta meno la fiducia, oppure la volontà, o se invece sia stato soltanto un vento cattivo  a tirarmi giù dalle nuvole, e a farmi risvegliare.”
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martedì 12 aprile 2016

Bailarin Compadrito - Miguel Bucino, 1929

BAILARIN COMPADRITO –

Un vecchio classico del 1929 , testo e musica scritto da Miguel Bucino, dedicato a un ballerino che, iniziata la sua carriera nelle povere periferie di Buenos Aires, grazie al suo talento e alla sua ostinazione di vanitoso ragazzetto un po’ smargiasso, arriva a diventare un Maestro di tango ricco e famoso.

Anche quando non racconta di passioni amorose, la musica del tango è sempre struggente, evocativa, e sa riempire l’animo di chi la ascolta in pochissimi minuti e con pochissimi versi, forse proprio grazie alla sua magica capacità di sintesi, di un’emozione grandissima anche per le piccole cose della vita, quelle semplici, comuni, come l’amore, appunto. O del passare inesorabile del tempo, quando un vecchio e ricco signore di successo si guarda dentro lo specchio sfarzoso di un cabaret, e non può non  rimpiangere, intanto che sente risuonare una “Cumparsita”, quel birbantello squattrinato e ambizioso che era stato un tempo.

Libera traduzione, scevra da intenzioni letterarie. Incluso link audiovideo youtubbuto, non particolarmente pregevole dal punto di vista musicale/canoro, ma originale e dal vivo, e se non altro ricco di buona volontà coreografica e con due bravi ballerini sul palco.

Vestito come un dandy, capelli impomatati
e insieme a una ragazza carina più d’un fiore,
mentre balli in milonga ti dai  un sacco d’arie,
e ti esibisci facendo brillare la tua eleganza.

Qualcuno te l’aveva pur detto, vecchio birbante,
che un giorno saresti diventato il Re del Cabaret,
e che per insegnare i tuoi passi
avresti addirittura aperto un’Accademia.
E la Fortuna, che è Femmina, aiuta sempre i tenaci.

Ballerino sbruffone! che vanitoso muovevi i tuoi primi passi
in quella vecchia balera nella periferia del Barracas,
e ora, dopo aver rincorso  una nuova vita,
vieni a esibirti fino a Maipù!


Io lo so che quando senti suonare “La Cumparsita”
hai un tuffo al cuore, ricordandoti di come la ballavi
in maniche di camicia e senza un quattrino,
mentre ora lo stesso tango lo balli da gran signore.

Però daresti chissà cosa per poter ritornare
per un attimo quello sbruffoncello di un tempo,
perché certe volte la gloria è solo una seccatura,
e certe volte vedi solo un uomo vecchio e triste
dentro lo specchio del vecchio cabaret.
Vestido como un dandy, peinao a la gomina
y dueño de una mina más linda que una flor,
bailás en la milonga con aire de importancia,
luciendo tu elegancia y haciendo exhibición.

Cualquiera iba a decirte, che, reo de otros tiempos,
que un día llegarías a rey del cabaret,
que pa’ enseñar tu corte pondrías academia…
Al taura siempre premia la suerte que es mujer.


Bailarín compadrito,
que floriaste tu corte primero,
en el viejo bailongo orillero
de Barracas al sur.

Bailarín compadrito,
que quisiste probar otra vida,
y al lucir tu famosa corrida
te viniste al Maipú.

Araca, cuando a veces oís La Cumparsita
yo sé cómo palpita tu cuore al recordar
que un día lo bailaste de lengue y sin un mango
y ahora el mismo tango bailás hecho un bacán.

Pero algo vos darías por ser sólo un ratito
el mismo compadrito del tiempo que se fue,
pues cansa tanta gloria y un poco triste y viejo
te ves en el espejo del viejo cabaret.


















































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mercoledì 2 dicembre 2015

Comfortably Numb - Pink Floyd (1979)

      
             



 ONE - Ohi... c’è nessuno in casa?
            Fai sì son la testa se mi senti, da bravo...
              Ti sento un po’ giù, accidenti!
                Potrei darti una mano, rimetterti in sesto.
                 Rilassati, e tanto per cominciare
                  dimmi dov’è che  ti fa male.

TWO - Tu non puoi farci proprio un cazzo...
              Sei come il pennacchio di fumo
                di una nave lontana, sull’orizzonte.
                  Muovi le labbra, sì
                    ma io non sento niente di quel che mi dici.
              Quand’ero piccolo stavo male,
                mi sentivo le mani come fossero due palloncini;
                  ora mi succede di nuovo,
                    ma come faccio a spiegartelo?
                      Cosa mai puoi capirne, tu,
                       di questa mia coscienza intorpidita?

ONE – Va bene, allora ti faccio giusto una punturina...
              Così non ti sentirai più.... (TWO- grida!),
                al massimo avrai un po’ di nausea.
                  Puoi tirarti su in piedi?
                    Di sicuro stai già meglio
                      e potrai tirare avanti con le tue cose. 
                        Dai, muoviti!   

TWO – Quand’ero piccolo, mi capitava una cosa strana:
               mi sembrava di intravedere qualcosa
                 con la coda dell’occhio.
             Ma appena giravo lo sguardo da quella parte
               tutto svaniva,
                 il sogno, la sensazione... spariva ogni cosa
                    prima ancora che riuscissi ad afferrarla.
              Adesso sono cresciuto,
               e quel bambino non c’è più,
                 ed anche quel sogno se n’è svanito chissà dove...
                   Adesso sono qui,
                     beatamente insensibile.     
    
             
              

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venerdì 30 ottobre 2015

Dreadlock Holiday - 10cc

Me ne andavo in giro tranquillo
badando solo a non farmi male,
quando ho sentito una voce cupa dietro di me
che mi ha fatto saltare dallo spavento.
Mi giro, quattro ceffi usciti da chissà dove,
che prima mi squadrano dalla testa ai piedi,
e poi si mettono a parlottare tra loro...

E io gli faccio: “Non mi piace il cricket:
io adoro il cricket
Non fraintendetemi, portatemi rispetto.
Non fraintendetemi, perchè non avete ancora sentito niente.”

Così, quello butta l’occhio sulla mia catenina d’argento
e mi fa: “Ti do un dollaro”.
Gli faccio “Vuoi scherzare, amico?
E’ un regalo di mia madre”.
E lui: “Mi piace, la voglio. Te la strappo di dosso,
così ti penti di avermi incontrato.
Faresti meglio a renderti conto che non sei un cazzo,
che sei solo, e sei lontano da casa”.

E io gli faccio: “Non mi piace il reggae:
io adoro il reggae.
Non mettermi il bastone tra le ruote,
e non fraintendermi, perché non hai ancora sentito niente”.

Allora corro a tuffarmi nella piscina piena di Pinacolada.
Dietro, di nuovo una voce scura che mi fa:
“Ti va di provare qualcosa di più forte?
Ce l’ho, se vuoi. Il mio Paradiso è il migliore.
Vuoi farti una bella vacanza Rasta? ”.


E io le faccio: “Non mi piace la Jamaica:
io adoro la Jamaica. E non fraintendermi,
perché ancora non ti ho detto niente...”

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martedì 22 settembre 2015

La Volpe - Ivano Fossati

Passando attraverso una serie di figure preposte ad attivarne l’attenzione e poi a tentare di confonderne la coscienza (il cane che ritorna, la luna fra le piante, l’amico che è venuto), l’io narrante (anzi: cantante) di questo splendido brano di Ivano Fossati è destinato all’incontro con quell’attimo cruciale presente prima o poi nella vita di (quasi) ognuno di noi quando, come la volpe sorpresa dall’arrivo dell’inverno si capisce improvvisamente vulnerabile ed incapace di sopravvivere senza prima prepararsi una tana sicura, così l’uomo dovrà presto o tardi, e col passare delle stagioni (con quel “sarà” dell’ultima strofa che perde il punto di domanda, diventando affermativo),  rendersi conto di non poter più bastare da solo a sé stesso, di dover abbandonare la baldanza della propria illusoria autosufficienza, accogliendo con riconoscenza l’amore dell’altro che ha finalmente trovato la strada, univo vero rifugio salvifico dove potersi adagiare con fiducia e confortevole serenità, e trovando infine quella necessaria completezza di sé percepita come imprescindibile. La struggente versione live del brano è altamente consigliata. 


                       - La Volpe -

Che sarà quell'ombra in fondo al viale di casa mia
Che sarà quell'ombra in fondo al viale di casa mia
Sarà il cane che ritorna, ma il cane non è
Sarà il cane che ritorna, ma il cane non è

Che sarà quell'ombra in fondo al viale di casa mia
Che sarà quell'ombra in fondo al viale di casa mia
Sarà la luna fra le piante “malaluna”
Sarà la luna fra le piante “malaluna”
Sarà la luna fra le piante, ma la luna non è
Sarà la luna fra le piante, ma la luna non è

Che sarà quell'ombra sulla strada di casa mia
Che sarà quell'ombra sulla strada di casa mia
Sarà un amico che ha allungato la strada sarà
Sarà un amico che ha allungato la strada sarà
Sarà un amico che è arrivato, ma un amico non è
Sarà un amico che è arrivato, ma un amico non è

Che sarà quell'ombra sulla strada
Che sarà quell'ombra sulla strada
Sarà la volpe quando viene l'inverno sarà
Sarà la volpe quando viene l'inverno sarà
Sarà la volpe quando viene, ma la volpe non è
Sarà la volpe quando viene, ma la volpe non è

Sarà il mio amore che ha trovato la strada
Sarà il mio amore che ha trovato la strada
Come la volpe quando viene l'inverno sarà
Come la volpe quando viene l'inverno
Sarà.




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giovedì 3 settembre 2015

Il Silenzio

Io accarezzo il silenzio.
Il silenzio -
che mi spedisci –
tu.
La prontezza
della tua assenza
la assaporo -
la mancanza -
qui
nel pieno del petto
vuoto,
la sorseggio
come un vino difficile,
te la dono
come una mano grande
aperta
sotto la pioggia.

                        (Chandra Livia Candiani)
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lunedì 10 agosto 2015

Ogni caso



Poteva accadere.
Doveva accadere.
E’ accaduto prima. Dopo.
Più vicino. Più lontano.
E’ accaduto non a te.

Ti sei salvato perché eri il primo.
Ti sei salvato perché eri l’ultimo.
Perché da solo. Perché la gente.
Perché a sinistra. Perchè a destra.
Perché la pioggia. Perché un’ombra.
Perché splendeva il sole.

Per fortuna là c’era un bosco.
Per fortuna non c’erano alberi.
Per fortuna c’era una rotaia, un gancio, una trave, un freno,
un telaio, una curva, un millimetro, un secondo.
Per fortuna sull’acqua galleggiava un rasoio.

In seguito a, poiché, eppure, malgrado.
Che sarebbe accaduto se una mano, una gamba,
a un passo, a un pelo
da una coincidenza.

Dunque ci sei? Dritto dall’attimo ancora socchiuso?
La reta aveva solo un buco, e tu proprio da lì?
Non c’è fine al mio stupore, al mio tacerlo.
Ascolta
come mi batte forte il tuo cuore.


                                                  (Wistawa Szymborska)

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lunedì 4 agosto 2014

Mo acsè

Mo acsè, dal vólti, quant a tòurn a chèsa,

la sàira, préima d’infilé la cèva,
a sòun, drin, drin,

  u n’arspònd mai niseun.
E così delle volte, quando torno
a casa,

la sera, prima d’infilare la chiave
suono , drin, drin,

   non risponde mai nessuno.




                                  
                                                  Raffaello Baldini

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giovedì 12 giugno 2014

PAPAOUTAI

Il  tema della genitorialità che tratta “Papaoutai” non solo non mi è congeniale, ma nutro nei suoi confronti una sostanziale indifferenza, quando non vera e propria avversione ed antipatia. Il genere musicale stesso non è tra quelli che sono solito frequentare, ma con questa “opera” del signor Stromae, al secolo Paul Van Haver, trentenne musicista belga di passaporto e di madre, ruandese nel bagaglio genetico lasciatogli dai complementari cromosomi paterni, mi è successo quello che di tanto in tanto mi capita senza che me ne accorga, fulmine a ciel sereno.
E così, rimasto colpito mentre ascoltavo alla radio questa geniale, tormentosa lamentazione della quale coglievo solo alcune delle sue sfumature, sono andato ad approfondire in rete, scoprendone, tra le altre cose, il relativo video assolutamente eccezionale: le quattro coppie padre/figlio che compaiono nella clip (più una composta di due ragazze, probabilmente rappresentanti il lato della maternità, trascurato a favore di quello della paternità), danno ciascuna il proprio apporto, integrando ciò che col testo viene raccontato: quella rossa racconta del gioco, quella arancione e quella gialla dell’educazione sana ai buoni principi l’una, della paternità violenta e concepita come “padronanza” prevaricatrice l’altra. Infine la coppia del “l’io narrante”, genialmente confusa con un manichino sorridente raffigurante lo stesso Stromae, che si dibatte tra indefinitezza ed indecisione, senza contorni, omologata alla banalità quotidiana, restando apertamente incompiuta ed interrogativa fino al finale, dove anche il bambino sceglie di ingessarsi nello stesso sorriso freddo del padre.
Geniale.
In rete, ho trovato delle trascrizioni del testo che facevano accapponare la pelle, la migliore che ho trovato, e che mi sembra infine quella corretta è questa che segue. Mi sono poi divertito a dare una mia personale interpretazione del testo, traducendolo a mia volta.
Dites-moi d'où il vient
Enfin je saurais où je vais
Maman dit que lorsqu'on cherche bien
On finit toujours par trouver
Elle dit qu'il n'est jamais très loin
Qu'il part très souvent travailler
Maman dit "travailler c'est bien"
Bien mieux qu'être mal accompagné
Pas vrai ?

Où est ton papa ?
Dis-moi où est ton papa ?
Sans même devoir lui parler
Il sait ce qui ne va pas
Ah sacré papa
Dis-moi où es-tu caché ?
Ça doit, faire au moins mille fois que j'ai
Compté mes doigts

Où t'es, papaoutai ?
Où t'es, papaoutai ?
Où t'es, papaoutai ?
Où t'es, où t'es où, papaoutai ?

Quoi, qu'on y croit ou pas
Y aura bien un jour où on y croira plus
Un jour ou l'autre on sera tous papa
Et d'un jour à l'autre on aura disparu
Serons-nous détestables ?
Serons-nous admirables ?
Des géniteurs ou des génies ?
Dites-nous qui donne naissance aux irresponsables ?
Ah dites-nous qui, tient
Tout le monde sait comment on fait les bébés
Mais personne sait comment on fait des papas
Monsieur Je-sais-tout en aurait hérité, c'est ça
Faut l'sucer d'son pouce ou quoi ?
Dites-nous où c'est caché, ça doit
Faire au moins mille fois qu'on a, bouffé nos doigts.

Où t'es, papaoutai ?

Ditemi da dove viene lui, così alla fine saprò dove finirò io.
 Mamma dice che quando si cerca bene, si finisce sempre per  trovare.
Dice che non è mai troppo lontano, che va fuori spesso per lavoro.
Mamma dice: “E’ meglio lavorare che frequentare cattive compagnie, non trovi?”


Dov’è tuo papà? Dimmi, dov’è tuo papà?
Che non c’è bisogno di dirgli niente: lui sa subito cosa c’è che non va.
Benedetto papà, dove ti sei nascosto?
Che saranno mille volte che mi conto le dita...



Dove sei, papà? Papà, dove sei? 





Ad ogni modo, ci si creda o no, prima o poi ci si crederà meglio:
un giorno o l’altro saremo tutti papà, e da un giorno all’altro saremo spariti tutti.
Saremo detestabili? Ammirabili? Genitori o geni... fammi capire:
ma chi è che mette al mondo gli irresponsabili?
Spiegami un po’ questa cosa: tutti sanno come si fanno i bambini,
ma nessuno sa come si fa un papà.
Signor “so-tutto-io”, è un fatto ereditario succhiarsi il pollice, o cosa?
Dimmi piuttosto dove ti sei nascosto, che saranno mille volte che mi  mangio le dita.
Dove sei, papà? Papà, dove sei?
Dov’è tuo papà? Dimmi, dov’è tuo papà?
Che non c’è bisogno di dirgli niente: lui sa subito cosa c’è che non va.
Benedetto papà, dove ti sei nascosto?
Che saranno mille volte che mi conto le dita...

Dove sei, papà? Papà, dove sei?  




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martedì 15 aprile 2014

Katy's Song

Una mia personale traduzione delle celebre "Katy's Song" di Simon & Garfunkel, della quale suggerisco la visione/versione live eseguita da Eva Cassidy

I hear the drizzle of the rain                       Sento il ticchettio della pioggia
Like a memory it falls                                cadere, come un ricordo.
Soft and warm continuing                          
Soffice e calda seguita a picchiettare
Tapping on my roof and walls.                   
sopra il tetto e sui  muri.

And from the shelter of my mind                E dal rifugio della mia memoria
Through the window of my eyes                 
attraverso la finestra dei miei occhi,
I gaze beyond the rain-drenched streets       
fisso lo sguardo oltre le strade
To England where my heart lies.                  fradice di pioggia verso l'Inghilterra,
                                                                         là dove tengo il mio cuore. 

My mind's distracted and diffused               Ho la mente distratta, confusa,
My thoughts are many miles away                i pensieri sono 
They lie with you when you're asleep            lontani miglia e miglia,

 And kiss you when you start your day.        stanno con te mentre dormi,
                                                                     e ti baciano quando il tuo giorno inizia.

And a song I was writing is left undone         Ho lasciato lì una canzone 
I don't know why I spend my time                  che stavo scrivendo,
Writing songs I can't believe                         
non so perché perdo tempo
With words that tear and strain to rhyme.      
a scrivere canzoni in cui non credo
                                                                        straziandone le parole 
                                                                          per cercare una rima. 

And so you see I have come to doubt           Per cui vedi che dalle mie certezze
All that I once held as true                             
ho ereditato solamente dubbi.
I stand alone without beliefs                          
Me ne sto da solo,
The only truth I know is you.                         senza credere in nulla,
                                                                    sei tu l'unica verità che conosco.

And as I watch the drops of rain                   E mentre guardo le gocce di pioggia
Weave their weary paths and die                  
percorrere stanche il loro sentiero
I know that I am like the rain                                prima di morire,
There but for the grace of you go I.               
capisco che anch’io come loro,
                                                                        discendo verso la tua grazia.


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lunedì 24 febbraio 2014

Lentamente Muore - Pablo Neruda

Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni
  giorno gli stessi percorsi,
  chi non cambia la marcia,
  chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
  chi non parla a chi non conosce.