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mercoledì 24 febbraio 2016

Estratti di Dora - 02

   Dora mi aspetta, mi aspetta tanto, mezz’ore intere. Io di solito non lo so, ma intanto che sono lì in bagno, assiso sul mio metabolismo lento e problematico  a cazzeggiare col nulla luminescente che fuoriesce dal portatile, o che mi perdo tre le bucce delle sementine innaffiate di sangiovese per strascicare l’ultima parte della giornata, o che mi attardo pigramente sul letto rigirando la mia riluttanza a rimettermi in movimento per non so dove andare, lei è quasi sempre lì, da qualche parte, normalmente sul bordo di qualche mobiletto, o  dietro la porta sul tavolino degli scacchi, oppure sul comò vicino al portaritratti con la foto di Felix, invisibile, mimetizzata con l’aria. 
   Ormai ogni superficie lignea della mia casa che sia appena un po’ rialzata da terra, reca da qualche parte un’aiuola delle sue impronte visibili solo in controluce, raccolte, insistite, impresse a caldo nell’attesa che io mi ricordi di lei, della sua presenza, palesemente prive di qualunque traccia di qualcosa che assomigli solo vagamente alla fretta...
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lunedì 15 febbraio 2016

Il Fianco Sbagliato

   Sono girato sul fianco sbagliato, quello sul quale non dormo bene. Infatti mi si aprono gli occhi e già la mente comincia a scalpitare per volersi mettere in moto. Tutto buio, anche fuori. E’ il fianco sbagliato anche perché, da così, ho la radiosveglia  alle spalle e non vedo che ore sono. Ma lo sento lo stesso, che ore sono, sotto le palpebre: sono le cinque e un quarto, forse le quattro e un quarto, o le tre, un quarto di un’ora qualunque di un’altra notte, scura e di vento,  fredda e senza riposo. Mi giro: invece sono le qualcosa e quaranta, ne manca uno, di quarto, a quell’ora qualunque di notte. Ma non mi cambia nulla: sarò stanco anche questa mattina, mi alzerò di nuovo già senza forze come al solito. 

   Conosco solo un modo per vincere la stanchezza, anzi due, ma uno soprattutto: mangiare. E bere, bere tanto, bere. Se c’è qualcosa che riesce a trascinare il mio corpo attraverso il corridoio di tanta spossatezza e a farmi muovere i passi fino all’istante in cui potrò di nuovo buttarmi a letto o in poltrona, questa è la prospettiva di raggiungere l’ora in cui mangiare e bere fino allo sfinimento, per essere poi così stanco da non riuscire a dormire. 

   L’altra cosa è una doccia calda. Calda e infinita, catatonica, assente, subìta, un loop d’acqua scrosciante e vapore, davanti e dietro, dietro e davanti, sui fianchi, e la testa e le gambe, e via dalla pancia, via tutto, le mani che strisciano, raschiano,  e buttano via, via,  giù per lo scarico, tutto, occhi chiusi.

   Ce n’è anche una terza: scrivere. Ma scrivere, quello non ci riesco.

domenica 14 febbraio 2016

Non sono io, da nessuna parte

Non sono io, da nessuna parte.
        Chiedo a un tizio che fuma appoggiato allo spigolo dell’isolato, questo si gira, con la mia faccia, e mi risponde “No” solo con un cenno della testa, scuotendo la cenere come infastidito.
       Più avanti c’è uno che balla, assomigliandomi. Domando, lui mi tira una scoreggia violenta che pare una salva di cannoni imperiali, e inciampa allontanandosi con la scusa del mal di testa.
       Mi infilo in un cinema, due sedili più in là ce ne sono due, uno maschio, uno femmina. Sul bracciolo comune, rosso carminio,  tengono appoggiate e sovrapposte le loro mani, ma sotto di esse si vede lo stesso una grossa macchia bluastra a forma di virus. Picchietto sulla spalla di quello più vicino, il mio dito non tocca nulla, mentre loro si guardano negli occhi con l’espressione di chi lascia intendere che il film potrebbe essere stato piuttosto noioso.
       Cammino fino alla birreria, mi incontro lì dentro intanto che, cingendomi il ventre con tutt’e due le braccia, vomito verde piegato sulle mie scarpe migliori, tra la comune riprovazione. Qualcuno pelato, con un grembiule fuxia e la barba curata del killer, arriva trafelato e sbatte un conto di sei boccali sul tavolino, guardando brutto e nel vuoto, verso la gente. Pago io, ed esco.
       Davanti alla chiesa, un mendicante dalle mie fattezze estrae dal taschino della giacca lercia un catenone e un orologio d’oro dell’epoca dei pirati. “Che ore sono?”, gli chiedo. Mi risponde “Che ore sei?”, ridacchia con pochi denti neri e sputa in terra tabacco masticato.
       E poi basta... In riva al mare, deserto.  E un legno, un grosso legno bucherellato e storto. Si lascia mettere un piede sopra senza un lamento intanto che mi accendo una sigaretta, mentre in cielo qualcosa che porta il mio odore fa scendere piano la pioggia del giorno dopo. 

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giovedì 4 febbraio 2016

Estratti di Dora - 01

   Dora mi ama a graffi e morsi, come ho sempre fatto anch’io con i miei amori. Mi cerca, mi chiama, mi vuole per giocare. Non è del mangiare che chiede: chiede di me,  e quando io mi faccio dappresso, subito mi aggredisce. Io resisto, accetto, lascio che sia così. Continuo a volerle bene di più ogni giorno che passa,  forse perché vorrei che le mie mani perennemente arrossate e solcate dalle sue unghie servano a spiegare, e a spiegarmi, che  torto e colpa non sono la stessa cosa, che quel suo modo di amare, che è anche il mio, è sbagliato, ma non è illegittimo, e che ha pari dignità con gli tutti gli altri amori fatti di altre cose...

   Era già salita sul letto altre volte mentre io ero lì per il mio riposino del primo pomeriggio, sempre fermandosi nell’angolo in fondo. Oggi invece ha fatto qualche passo avanti,  mi ha dato i suoi occhi, pochi secondi, dilatando il cerchio nero dell’iride come se mi stesse invitando ad entrare. Si è accucciata di fianco a me, poco sopra il ginocchio, rincalzandomi la copertina, col suo peso indifferente,  all’altezza della coscia. Ma al mio risveglio, era già sparita.
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mercoledì 29 luglio 2015

Rosaleone e Leoblù

< A che gioco vuoi giocare? > chiese Rosaleone.

< Voglio bruciare la Foresta del Passato. > rispose Leoblù.

< Ma così, che ne sarà di noi? > domandò lei, intanto che una leggera tristezza andava velandole l’espressione.

Leoblù girò lo sguardo lontano, verso l’orizzonte, pensieroso.

< Abbiamo sempre le nostre pianure, i corsi d’acqua ancora freschi, e il Monte Fortuna, laggiù. Lo vedi? >

Rosaleone guardò anch’essa da quella parte, poi disse:
< Non ci siamo mai stati sul Monte Fortuna: è così lontano...>.

< Non so quanto sia lontano, ma di sicuro è molto grande. >

< Proprio per questo è lontano... > sussurrò appena Rosaleone.

Leoblù chinò un po’ lo sguardo. Nella prima luce del tramonto, seduti accanto su di una piccola collina, i due pennacchi in punta alle loro code si sfioravano appena.

< E tu? A cosa vuoi giocare? > le chiese allora Leoblù.

< Io voglio prosciugare il Lago Lacrima. >

Leoblù si stupì: < E come pensi di farlo? > chiese guardandola.

< Lo berrò tutto. >

< Ma non puoi bere il Lago Lacrima tutto da sola! > esclamò Leoblù.

< Non sarò sola! > ribatté lei, quasi accigliandosi.

< Ma se si beve l’acqua del Lago Lacrima, non si diventa, poi, tristi per sempre? >

< E’ quel che ci hanno detto, Leoblù, > disse Rosaleone, sempre più seria
 < Ma nessuno l’ha mai fatto prima d’ora. >


< Allora tu... non ci credi? >

Rosaleone fece scivolare lo sguardo giù, lungo la collina. Il Lago riposava argenteo,  poco sotto di loro.

< Vedi? > disse poi: < Assomiglia ad una goccia. >

< Per forza: è quella la forma che hanno le lacrime. >

< E’ la forma delle lacrime quando nascono, quando scendono, quando lasci che sia. Ma non è la forma delle lacrime, quando le bevi. >

< E che forma hanno, le lacrime,  quando le bevi? >

Rosaleone sentì un brivido, la sua coda  rispose con un breve sussulto, prima di tornare a ricongiungersi con l’altra, quietamente, sovrapponendosi.

Sotto il primo raggio di luna ancora diurno che si affacciava sul fianco della montagna lontana, mentre l’aria diventava via via sempre più fresca, Rosaleone chiese allora, accucciandosi con un sospiro:

< Hai mai pensato a cosa può esserci, in cima al Monte Fortuna? >

< Sì, tante volte ci ho pensato. >

< E cosa c’è? > domandò lei dopo aver atteso un attimo.

< Un buon odore... > rispose Leoblù, accucciandosi.









venerdì 1 agosto 2014

In Morte del Fratello Giovanni - Epilogo


Non so cosa mi resterà di questa esperienza avuta con Giovanni: a calcolarla si fa presto, sono diciotto anni e undici giorni esatti, incastonati in quel settore della vita durante il quale un uomo raggiunge la maturità più piena. Per adesso mi resta un vuoto immenso, uno sgomento diffuso che si accumula come polvere in tutti quegli angoli della casa da cui lentamente vanno scomparendo le cose che gli erano appartenute e che davano la misura della sua presenza, un vuoto che atterrisce, un dolore sordo che si strozza nell’incredulità non ancora rassegnata al non  ritrovarlo dietro la porta che si apre, o in cima alla scala a chiocciola, che mi guarda dall’alto se rientro dall’interno,
oppure acciambellato in poltrona, che alza appena il capo per darmi il bentornato dando un lieve miagolio, del suo farmisi incontro tutte le volte, con la coda alzata; non so cosa sarà non avere una ciotola da pulire e riempire di nuovo, cosa sarà non dover più subire i suoi balzi in cerca di compagnia e conforto sopra di me che dormo, e che mi sottraevano sonno e riposo prezioso, e cosa saprò farmene di questa ritrovata “ricchezza”.  E di tutte le foto di lui, e dei video che giravo e poi montavo musicandoli, qualcuno con fare scherzoso, altri dal tono affettuoso, altri ancora che già all’epoca sapevo sarebbero stati la mia corona di spine in questo momento...

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mercoledì 25 giugno 2014

In Morte del Fratello Giovanni #13

(Capitoli precedenti)


Dodici ore dopo quella telefonata, durante l’ultima notte di primavera, Giovanni è morto. Lui, nato d’Agosto, pieno Leone fiero che dal cuore dell’estate aveva ricevuto in dono la vita, se n’è andato dalla vita proprio alle sue porte, discreto e gentile, come volesse farsi da parte, lasciando all’imminente solstizio l’opportunità di prodigare ad un suo inconoscibile successore, da qualche parte al mondo, le stesse benedizioni che un giorno lontano nel tempo aveva preparato per lui.
Ha voluto che il giorno del nostro ultimo saluto fosse quello con più luce di tutto l’anno, forse per regalarmi il tempo di piangerlo più a lungo possibile, o perché sapeva che troppo buio tutto insieme avrebbe potuto spaventarmi, o forse perché non era per niente un gatto notturno ed amava piuttosto il sole, al quale si abbandonava volentieri restando disteso per ore nel suo angolo preferito della terrazza. 

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In Morte del Fratello Giovanni #12

(Capitoli precedenti)


Dato il protrarsi degli eventi più lungo del previsto, ero già deciso a rinunciare al mio buon proposito di lasciare che Giovanni finisse spontaneamente i suoi giorni qui in casa, ricorrendo all’aiuto della medicina: mi aspettavo di trovarlo addormentato prima o poi, senza respiro, così mi avevano detto, semplicemente.
Invece, il suo attaccamento alla vita o non so cos’altro, lo ha portato ad una condizione dove non capisco più, non sono più sicuro se il suo miagolio diventato flebile corrisponda solo all’esigenza di bere o a quella di fare pipì, non capisco se invece significhi “Non voglio morire”, oppure “Aiutami a morire”, oppure, con quella semplicità dell’istinto sconosciuta agli umani, soltanto: “Sto morendo”.

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sabato 21 giugno 2014

In Morte del Fratello Giovanni #11

(Capitoli precedenti)

Il bacio dei gatti, così si dice, corrisponde al gesto con cui strofinano il loro naso sul tuo. Ma non tutti i gatti lo fanno: se Candela, a suo tempo, mi soffocava dei suoi baci sbavanti ai quali non riuscivo a sottrarmi se non allontanandola con perentorietà liquidatoria, Giovanni è invece un micio non-baciatore.
Capace delle affettuosità più disarmanti, delle carinerie anche involontarie più sdolcinate, di comportamenti così vicini all’umanità come il mettersi a miagolare forte, a una cert’ora, per chiamarmi ad andare a letto, l’accoccolarsi sulla mia spalla una volta infilati tutti e due sotto le coperte, i baffi che ti fanno il solletico, le zampine come ad abbracciarti,  tornando a starmi di fronte ogni volta che cambio lato rifiutando l’inaccettabile idea di dormire con me che gli do le spalle...

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In Morte del Fratello Giovanni #10

(Capitoli precedenti)

Questa attesa sta diventando pesante. Giovanni non ha più toccato cibo, è sempre più debole, io non riesco a stare fuori di casa, a meno che non ne sia obbligato, senza sentire il bisogno di ritornarvi per stargli accanto. Ieri pomeriggio, l’ultima giornata di una fase di caldo torrido in questo confusionario inizio di estate, ho avuto la netta convinzione che il momento fosse arrivato: sono rimasto con lui tutto il pomeriggio, tappato in casa per difendermi dall’afa, in compagnia del ronzio del ventilatore e delle molte zanzare, quest’anno particolarmente agguerrite. 

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In Morte del Fratello Giovanni #9

(Capitoli precedenti)


Lo credevo magro qualche giorno fa: non sapevo ancora quanto magro sarebbe stato oggi. Mi chiedo quale sarà il limite, quanto leggero, quanto evanescente, da quanto affranto stupore sarò colto ancora alzando in braccio questa creatura sempre più debole, abbandonata, e che tende sempre di più all’invisibile.

I segni dell’imminenza della fine si moltiplicano: i bisogni, ormai esclusivamente liquidi, all’arrivo dei quali ora si lamenta un pochino, lasciandomi il tempo di accompagnarlo nella cassettina per aiutarlo nell’equilibrio; la riluttanza che dimostra sempre più di frequente a stare a contatto diretto col mio corpo, sintomo di quell’inequivocabile e classico “volersi allontanare” dei gatti morenti, del quale sembra però pentirsi subito dopo, quando, appena essere sceso caracollante dalla mia pancia, mi lancia uno sguardo prolungato e dolcissimo con aria mesta e  mortificata come a volersi scusare;  il muoversi sempre meno, tanto che ormai si aggira solo tra la sala e la cucina, a parte la camera da letto dove lo “costringo” quando me lo porto dietro la notte per dormire, e un po’ il terrazzo che dà sulla strada, da dove ha visto tutto il mondo che ha voluto vedere. 

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giovedì 19 giugno 2014

In Morte del Fratello Giovanni #8

(Capitoli precedenti)

Mi sono sempre chiesto che cosa giri nella testa dei gatti per tutto il tempo. A cosa pensano? Giovanni è stato tra queste mura e poco oltre per quasi vent’anni: il giardino, al quale attraverso una finestrella dotata di inferriate al piano di sotto ha libero accesso più o meno sempre, due o tre trai giardini dei vicini, il tratto di strada dal quale ha saputo ben difendersi acquistando in velocità e tempismo, tesaurizzando al meglio l’esperienza  dell’incidente avuto da piccolo.

Il suo status di ex-maschio, volutogli da Simona già da quando aveva pochi mesi, gli toglie anche quel quoziente di interesse bestiale per le faccenduole di ordine riproduttivo e/o territoriale che avrebbe mantenuto in qualità di non-ex. Cosa può pensare ancora? Cosa vede, ancora e di nuovo, ogni volta che gira di scatto la testa e la sua attenzione corre verso quel segmento di mondo che ha già viso mille volte? E quando sonnecchia, per ore, accomodato sui cuscini morbidi che gli sistemo d’inverno sul termosifone, o sulla seggiola della cucina dove rimane tutto il tmpo dopo che le mie smancerie notturne da innamorato l’hanno fatto stufare, ed approfitta del mio dormire, onesto e discreto, per andarsene coi suoi pensieri dove gli pare?

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sabato 14 giugno 2014

In Morte del Fratello Giovanni #7

(Capitoli precedenti)

Allora, se non avessi avuto Giovani accanto a piangere con me la scomparsa di Candela, se non avessi potuto trovare rifugio e consolazione nelle carezze che potevo prodigargli, non so come avrei potuto superare da solo tutto quel dolore. Oggi (domani, domani...) non avrò nessuno. Non so perché questa cosa non mi spaventi, forse perché nel frattempo sono cambiato. O forse perché, al contrario di Candela che, pur malata ancor più gravemente di lui non aveva dato una “scadenza” o un preavviso e il suo appetito era rimasto pur sempre buono fino all’ultimo giorno, Giovanni ha scelto di allontanarsi piano, dopo aver annunciato la sua intenzione di andarsene smettendo di alimentarsi.

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venerdì 13 giugno 2014

In Morte del Fratello Giovanni #6


Ciò da cui nessuno riuscì però a liberarla fu la FIV, un acronimo che sta ad indicare il corrispettivo felino dell’AIDS, malattia diffusa tra i gatti di origine ignota e dal passato burrascoso del quale era facile indovinarne l’esistenza nella vita di Candela per chi aveva potuto assistere personalmente alla sua “tre giorni”. Dal primo manifestarsi dei penosi sintomi della malattia fino al suo irrimediabile epilogo passò circa un anno e mezzo, durante il quale a causa del surplus di attenzioni che dovetti dedicarle (cure sperimentali e palliative, pulizie alle quali non riusciva più a dedicarsi da sola, aiuto nell’alimentazione mirata ed assistita) la gelosia di Giovanni, sino ad allora evidentemente solo diplomaticamente tacitata, prese corpo e consistenza. A guardarlo dall’alto, sembrava diventato un gatto moichano: a partire dalla metà circa della schiena, prima solo lungo un fianco solamente e poi progressivamente in tutti e due, il pelo cominciò prima a diradarsi, poi a sparire quasi del tutto. Esami: nessuna dermatite, feci a posto, sangue pure, parassitosi sotto controllo. Il duo di veterinari si grattò per un po’ il capo con encomiabile modestia, finché non estrasse dallo scaffale un polveroso libro universitario del quale, scorso l’indice e trovata la giusta pagina, mi mostrarono un’appropriata fotografia. “Lo riconosci?”, mi chiesero con altrettanto encomiabile retorica. “E’ lui, è il tuo gatto!”. Diagnosi: stress. “Cure? Una ridicolaggine: oltre al nostro, se ci mettiamo pure a curare lo stress dei gatti, stiamo freschi...”
Quando Candela morì, dopo una crisi alla quale una fortunata coincidenza di lavoro che ritardò il mio rientro a casa mi diede l’opportunità di non dover assistere, e la trovai riversa, agonizzante sul centro perfetto della cornice dello zerbino di cocco come dentro la scena di un film pulp,  in fondo alle scie di sangue e umori di ogni genere che aveva eiettato in quasi tutta la casa da ogni orifizio disponibile, a Giovanni, dopo che aveva potuto annusare e condividere con me l’aria del temporale che coprì tutta la terra in quegli istanti di quel venerdì sei che sembrava essere diventato un venerdì santo, riprese lentamente a ricrescere il nero e lucido pelo lungo i suoi snelli fianchi.
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(segue)
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In Morte del Fratello Giovanni #5

(Episodi precedenti)

Non ho ancora scelto nel giardino il punto esatto dove collocarlo. Vorrei metterlo vicino a Candela, ma il giorno in cui seppellii Candela il giardino era diverso, c’erano altre piante, altre geometrie, e non sono sicuro di riuscire ad orientarmi correttamente.
Candela abitò con noi solo pochi anni, arrivò già adulta annunciandosi con un miagolio nascosto che per diversi giorni mi fece impazzire nel tentativo di individuare questo ennesimo scocciatore che con ogni probabilità veniva con la sola intenzione di  imbrattare il mio portone di cattivi odori sulle tracce di quelli  di Giovanni. Invece un bel giorno decise di consegnarsi spontaneamente, ed una gattona striata di biondo dallo sguardo dolcissimo ed il ventre maternamente smisurato, pronunciata la corretta parola d’ordine con quel miagolio fantasma che avevo  sentito e inutilmente rincorso negli ultimi tempi, mi venne incontro lei per prima mentre stavo uscendo di casa, salendo di gran balzo i primi cinque o sei gradini della scala esterna.

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giovedì 12 giugno 2014

In Morte del Fratello Giovanni #4

(Episodi precedenti)


Ce l’ho ancora. Rincasando dal lavoro in questi giorni non so mai se mi stia aspettando un buon pasto piuttosto che la penosa fatica di dover preparare qualche angolo del mio confuso giardinetto per seppellirlo. Ma per oggi, ce l’ho ancora. Non poteva che essere lì dove lo avevo lasciato questa mattina, dopo aver serrato bene tutte le finestre affinché il riposo nella sua sordità potesse essere ancora più profondo: sulla “sua” poltrona.
Ricordo benissimo la scena, anni fa, di quando quella poltrona mi fu consegnata. Dovevo rinnovare parzialmente l’arredamento dopo che Simona, andandosene, se n’era portata dietro la sua legittima parte, e l’avevo scelta e ordinata in quattro e quattr’otto in un mobilificio qui della zona. 


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mercoledì 11 giugno 2014

In Morte del Fratello Giovanni #3


 Più che attraverso l’odore, Giovanni credo che imparò a conoscermi e ad affezionarmisi attraverso le braccia ed il cuore, giusto una ventina di giorni dopo che si era stabilito qui con me insieme a Simona. Era giugno anche allora, il giugno di diciotto anni fa, Simona era al lavoro ed io in casa a coadiuvare il lavoro degli imbianchini chiamati a rinfrescare il mio appartamento stantio in occasione dell’arrivo dei nuovi occupanti. Uscendo per pedalare in fretta e furia verso un negozio di vernici vicino casa, vidi i due gattini bianconeri (Giovanni ed un suo sosia quasi perfetto) rincorrersi giocosamente davanti al cancello di casa, sul ciglio della strada. Il tempo di fare una decina di metri: un tonfo sordo, una Ypsilon 10 verdina che rallenta, accosta, guarda attonita nello specchietto, riparte. Vedendo uno dei due riverso sull’asfalto con gli occhi sgranati, tornando precipitosamente sui miei passi pregai dio che potesse essere toccato all’altro gatto, ma il collarino rosso che  adornava tintinnante il collo di quello investito spense subito ogni mia speranza. 

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In Morte del Fratello Giovanni #2

Episodi precedenti

   Da un paio d’anni, per via di una colonia di acari neri e appiccicosi che non ho saputo curargli che tardivamente e male, ha già perso quasi del tutto l’udito. L’olfatto invece è ancora buono: l’ipo-qualcosa a cui lo porta l’insufficienza renale cui è andato fatalmente incontro non ha intaccato la sua percezione olfattiva, e se “l’amore non è nel cuore, ma è riconoscersi dall’odore” come cantava qualcuno qualche tempo fa, l’accorgersi che avverte la mia presenza solo attraverso quel leggero e delicato movimento delle narici che interrompe per un attimo il suo costante torpore, mentre rialza a fatica il suo testone ed insieme accenna appena ad un delicato saluto sonoro, riesce a farmi sentire amato come in nessun altro modo possibile. 

   Al mattino gli riempio lo stesso le ciotoline, acqua e cibo. Annusa appena la pappina, qualche leccata al pelo dell’acqua, poi sale sulla mia seggiola della cucina, annusa con la sua solita curiosità la colazione che esce dal frigorifero o dalla dispensa, volentieri gli porgo sulla punta di un dito le consuete schegge di burro che sempre gradiva, ma scende subito, senza mangiarle, ancora efficace nel salto. E dalla sala attigua dove si ritira subito dopo, non grida nemmeno più come prima la sua rabbia assordante per me che non lo seguo, che non lo raggiungo, che c’ho da fare e che non ho tempo, nemmeno quei cinque minuti da prenderlo sulle ginocchia e accarezzarlo un po’: si ritira in silenzio, sale sulla poltrona, rimane qualche minuto gobbo a guardare il verde stinto e lontano del nostro cuscino, poi si accuccia e aspetta il mio odore, paziente, fino a mezzogiorno.

(segue)
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domenica 8 giugno 2014

In Morte del Fratello Giovanni #1

Di giusto gli è rimasta solo la testa, tutto il resto è meno di quel che dovrebbe: il collo, le anche scavate, la spina dorsale incurvata che lo fa assomigliare ad un buffo cammello. Ma soprattutto le zampe, quei piedini bianchi sulle quali ha sorretto tutta la sua esistenza di Pulcinella sono di una magrezza disarmante, inadatte all’apparenza anche a sorreggere solo quei pochi chili sui quali può ancora contare.
Si risolleva di tanto in tanto con meticolosa fatica e misurata pazienza, calibrando poi con cura i tempi e gli spazi del riadagiarsi, ritrovando ogni volta e nonostante tutto una di quelle posture piene di grazia che sempre me lo hanno reso così prezioso.
Sono ormai quattro o cinque giorni che ha praticamente smesso di mangiare, e da un paio di giorni anche la ciotolina per bere sulla quale si avventava ogni volta che gliela riempivo con un po’ di acqua fresca e nuova rimane tristemente riscaldata quasi all’orlo fino alla mattina dopo...

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