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lunedì 28 novembre 2016

Toda mi Vida (José María Contursi/Anibal Troìlo)

Hoy despues de tanto tiempo
de no verte, de no hablarte,
ya cansado de buscarte
siempre... siempre...
Siento que me voy muriendo
por tu olvido lentamente
y en el frio de mi frente
tus besos no dejaras!

Se que mucho me has querido
tanto... tanto como yo!
Pero en cambio yo he sufrido
mucho... mucho mas que vos!
No se por que te perdi,
tampoco se cuando fue,
pero a tu lado deje
toda mi vida.
Y hoy que estas lejos de mi
y has conseguido olvidar,
soy un pasaje de tu vida...
nada mas!

Es tan poco lo que falta
para irme con la muerte...
Ya mis ojos no han de verte
nunca... nunca!
Y si un dia por mi culpa
una lagrima vertiste,
porque tanto me quisiste
se que me perdonaras!
Dopo tanto tempo che non
ti vedo, non ti parlo, ora
sono stanco di cercarti
sempre, sempre...
Mi hai dimenticato, e questo
mi sta facendo morire piano,
perché non lascerai più i tuoi
baci sulla mia fronte gelata.

So che mi hai amato tanto,
come io ho amato te.
Però io ho sofferto molto
più di te.
Non se perché e quando
ti ho perduto,
ma ho passato tutta la mia vita
accanto a te.
Ora sei lontana, hai voluto
dimenticarmi, per te sono
stato soltanto un episodio
della tua vita, nient’altro.

Ormai manca così poco
prima che io debba morire.
I miei occhi non ti
rivedranno mai più.
E se mai dovesse scenderti una lacrima intanto che ti ricorderai  del mio amore, so che mi perdonerai.




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sabato 7 maggio 2016

ElephanTango #03




Lei dice: “Portami…”. E tanto basta: “portami”.  Siamo abbracciati, eppure non basta, non  serve,  se a quella sua preghiera io non so rispondere. “Portami…” è un sussurro, è un segreto nascosto, un desiderio esigente, una necessità: “portami”.   



Dunque son io quello che va: contatto, la mano, l’introduzione, otto battute, la schiena dritta, e “portami”. Ma qual è la direzione, l’intento dei passi? Dove sto andando, io, di così grande, lontano, quale  promessa è mai  così importante tanto che lei possa implorare, e fieramente: “portami”, restandomi stretta?
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domenica 17 aprile 2016

ElephanTango #02

MilongAnnoZero (ELEPHANTANGO / 02) –




Ciao, parto.
Sono pur sempre un orfano,
e le fonti d’acqua non hanno genealogia.

Voi andate,
io seguo, dalla mia parte.
La sete ci riconoscerà, uno per uno,

distinguerà
pur senza fare nessuna
differenza. Limpida crudeltà del correre:

la polvere
è la giustizia ultima,
netta codifica nell’insabbiato solco
di un boleo. 
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martedì 12 aprile 2016

Bailarin Compadrito - Miguel Bucino, 1929

BAILARIN COMPADRITO –

Un vecchio classico del 1929 , testo e musica scritto da Miguel Bucino, dedicato a un ballerino che, iniziata la sua carriera nelle povere periferie di Buenos Aires, grazie al suo talento e alla sua ostinazione di vanitoso ragazzetto un po’ smargiasso, arriva a diventare un Maestro di tango ricco e famoso.

Anche quando non racconta di passioni amorose, la musica del tango è sempre struggente, evocativa, e sa riempire l’animo di chi la ascolta in pochissimi minuti e con pochissimi versi, forse proprio grazie alla sua magica capacità di sintesi, di un’emozione grandissima anche per le piccole cose della vita, quelle semplici, comuni, come l’amore, appunto. O del passare inesorabile del tempo, quando un vecchio e ricco signore di successo si guarda dentro lo specchio sfarzoso di un cabaret, e non può non  rimpiangere, intanto che sente risuonare una “Cumparsita”, quel birbantello squattrinato e ambizioso che era stato un tempo.

Libera traduzione, scevra da intenzioni letterarie. Incluso link audiovideo youtubbuto, non particolarmente pregevole dal punto di vista musicale/canoro, ma originale e dal vivo, e se non altro ricco di buona volontà coreografica e con due bravi ballerini sul palco.

Vestito come un dandy, capelli impomatati
e insieme a una ragazza carina più d’un fiore,
mentre balli in milonga ti dai  un sacco d’arie,
e ti esibisci facendo brillare la tua eleganza.

Qualcuno te l’aveva pur detto, vecchio birbante,
che un giorno saresti diventato il Re del Cabaret,
e che per insegnare i tuoi passi
avresti addirittura aperto un’Accademia.
E la Fortuna, che è Femmina, aiuta sempre i tenaci.

Ballerino sbruffone! che vanitoso muovevi i tuoi primi passi
in quella vecchia balera nella periferia del Barracas,
e ora, dopo aver rincorso  una nuova vita,
vieni a esibirti fino a Maipù!


Io lo so che quando senti suonare “La Cumparsita”
hai un tuffo al cuore, ricordandoti di come la ballavi
in maniche di camicia e senza un quattrino,
mentre ora lo stesso tango lo balli da gran signore.

Però daresti chissà cosa per poter ritornare
per un attimo quello sbruffoncello di un tempo,
perché certe volte la gloria è solo una seccatura,
e certe volte vedi solo un uomo vecchio e triste
dentro lo specchio del vecchio cabaret.
Vestido como un dandy, peinao a la gomina
y dueño de una mina más linda que una flor,
bailás en la milonga con aire de importancia,
luciendo tu elegancia y haciendo exhibición.

Cualquiera iba a decirte, che, reo de otros tiempos,
que un día llegarías a rey del cabaret,
que pa’ enseñar tu corte pondrías academia…
Al taura siempre premia la suerte que es mujer.


Bailarín compadrito,
que floriaste tu corte primero,
en el viejo bailongo orillero
de Barracas al sur.

Bailarín compadrito,
que quisiste probar otra vida,
y al lucir tu famosa corrida
te viniste al Maipú.

Araca, cuando a veces oís La Cumparsita
yo sé cómo palpita tu cuore al recordar
que un día lo bailaste de lengue y sin un mango
y ahora el mismo tango bailás hecho un bacán.

Pero algo vos darías por ser sólo un ratito
el mismo compadrito del tiempo que se fue,
pues cansa tanta gloria y un poco triste y viejo
te ves en el espejo del viejo cabaret.


















































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lunedì 4 aprile 2016

ElephanTango

MILONGANNOZERO – ELEFANTANGO-



  Non so da che parte cominciare, anche perché non voglio farla tanto lunga che, primo: è già tardi, secondo: a farla troppo lunga, poi non ti si fila giustamente nessuno. E terzo, ci metto un terzo: tra qualche tempo che dir non so, forse non saprò nemmeno riconoscere chi è che ha scritto queste cose, perché col tempo si cambia, e per fortuna, e quindi.

 
 Però adesso c’è un gruppo di persone sparse tra le quali mi sono immerso per caso qualche mese fa  come un piccolo fedele nel Gange, verso le quali, in questa notte di capodanno dell’anno Zero, non posso non provare un senso di gratitudine e riconoscenza. Un gruppo, un branco di uomini ed elefantesse che mi hanno fatto (e sempre mi fanno sentire) come quel cucciolo cui i bracconieri hanno ucciso la madre, e che il resto del branco accoglie e raccoglie tra le sue sacre proboscidi come se fosse figlio loro.

   
Le ho guardate tutte, magari di nascosto; delle più giovani ho sentito battere il cuore e ho lasciato che il mio seguisse e condividesse la loro fatica e la paura per quel ritmo così argentino; dalle più anziane ho bevuto la loro festosa doccia, fangosa e fresca, di benvenuto. Ho il solo rammarico di non averle potute abbracciare tutte, di avere soltanto quattro zampe, nessuna delle quali non mi farà un male cane, domattina, dallo sforzo.  

   
Del capobranco invece ho ascoltato la voce, l’ho annusata, poi mi sono smarrito  per un attimo dietro la sua eleganza, e quando è stata la sua ora, il suo momento, non ho guardato per niente i suoi passi, nemmeno uno:  mi sono fermato sul suo viso, sugli occhi ancorché chiusi, le labbra dipinte tra le quali faceva capolino ogni tanto un piccola punta di lingua accorta, divertita, concentrata e fedele.  Ho voluto soffermarmi soltanto sulla sua espressione, non mi importava della tecnica,  perché era dall’odore dei passi,  e dalle insenature del suo volto che volevo imparare, e capire qualcosa.E ho capito, infatti: che si può anche rimanere cuccioli per sempre, e che se non ritorneremo come bambini non entreremo mai.


Firmato: Andrea.

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domenica 6 dicembre 2015

All'Amica in Milonga

Vestiti d’aria, di capelli,
di quel respiro
azzurro
che ho sentito.

Vesti del tuo sfinito
correre, e ballare.

Vesti l’abbraccio del dare
e dell’avere,
del non sapere dove
e dopo
di  quale passo ti chiami
all’improvviso.

Vesti col riso,
ed ora.

Che già vorresti,
appena spento il ritmo, 
stancarti i piedi un’altra volta

e ancora.
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lunedì 2 novembre 2015

Tango - Carlos Saura (Argentina 1998)

E’ piuttosto improbabile (ma non impossibile) che per chi non si trovi ad essere in qualche modo coinvolto nella pratica del tango  o quanto meno del “ballar nobile” (qualunque cosa ciò significhi, soprattutto considerando che le origini del tango argentino sono talmente popolari e povere che di più non si potrebbe...) questo film cult del non lontano 1998, che fu in competizione anche per l’Oscar ed ottenne numerosi riconoscimenti in Festival importanti anche grazie al nostro Storaro (Palma d’Oro a Cannes per la fotografia), possa  risultare interessante. L’invito a rispolverarlo è naturalmente rivolto a tutti, ma le quasi due ore del film sono talmente impregnate di quel ballo che il non esserne presi rischia davvero di addormentare. 
Se invece una qualche passione, sopita o manifesta, magica o terrena,  vi coinvolge per i passi del tango, allora qui siete a casa, e non potreste chiedere di meglio per i vostri occhi e per le vostre orecchie nelle due ore successive. 

Partendo da queste ultime, la colonna sonora è davvero entusiasmante: accanto ad alcune composizioni originali di Lalo Schifrin, gli arrangiamenti di alcuni tra i brani più classici (“El Choclo”, “La Yumba”, “La Cumparsita” ...) sono di una pregevolezza impareggiabile; e non saranno soltanto le esibizioni mozzafiato dei grandi ballerini che partecipano a questo film (a partire naturalmente da Juan Carlos Copes che mi dicono essere forse l’interprete più grande di tutti e del cui recente biopic che narra della sua relazione con Maria Nieves, firmato quest’anno da German Kral,  prodotto da Wim Wenders, temo che in Italia riusciremo a sentirne sì e no l’odore) o la sensualità insita nel tango e così ben riportata, per esempio, dalla protagonista femminile interpretata da Mia Maestro (dire attrice di lei è dire poco... vedasi come balla, o come canta...), ma saranno anche le prove del cast del “film nel film” ( piccola milonga semplice danzata al ritmo struggente e delicatissimo del pianoforte che, solo,  suona il tango-waltz  “Flores de Alma”),  o le sudate lezioni delle severissime scuole argentine dove il tango, più che essere una danza, pare essere un vero combattimento tra leoni, o le irruzioni improvvise della realtà crudele che fu dell’Argentina dei “desaparecidos” coreografate con scene e luci da brivido, a far apprezzare questo film. Che dire, ad esempio, delle prove di danza dei bambini? Che “Tango” e “Argentina” sono una cosa sola? Cos’altro dire davanti a questi frugoletti timidi o sanguigni che si muovono come farfalle e sono pronte, accoppiandosi,  a diventare quel “Mostro a Quattro Gambe” (come qualcuno definisce il tango) con una naturalezza disarmante?

Poco o nulla: si potrebbero fare alcune piccole obiezioni, come sull’inadeguatezza quasi fantozziana di Miguel Ángel Solá come attore protagonista, o sulle vicende “quadrate” degli intrecci amoroso/mafiosi che contribuiscono alla trama, ma davvero ogni cosa viene seppellita in primis dal tango, e poi dalla maestria di Saura che sa cogliere ogni aspetto, inquadrare ogni cosa, dai piedi agli sguardi  incrociati in primo piano dei danzatori, dagli impeti di passione della danza e dalle allucinazione che procura, ai chiaroscuri in controluce del “finto set”, dando a questo film un passaporto universale che può valere, buona volontà permettendo, anche per chi col tango non ha nessuna o poca (come nel mio caso) confidenza.
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