Non so cosa mi resterà di questa esperienza avuta con
Giovanni: a calcolarla si fa presto, sono diciotto anni e undici giorni esatti,
incastonati in quel settore della vita durante il quale un uomo raggiunge la
maturità più piena. Per adesso mi resta un vuoto immenso, uno sgomento diffuso che
si accumula come polvere in tutti quegli angoli della casa da cui lentamente
vanno scomparendo le cose che gli erano appartenute e che davano la misura
della sua presenza, un vuoto che atterrisce, un dolore sordo che si strozza
nell’incredulità non ancora rassegnata al non
ritrovarlo dietro la porta che si apre, o in cima alla scala a chiocciola,
che mi guarda dall’alto se rientro dall’interno,
oppure acciambellato in
poltrona, che alza appena il capo per darmi il bentornato dando un lieve
miagolio, del suo farmisi incontro tutte le volte, con la coda alzata; non so
cosa sarà non avere una ciotola da pulire e riempire di nuovo, cosa sarà non
dover più subire i suoi balzi in cerca di compagnia e conforto sopra di me che
dormo, e che mi sottraevano sonno e riposo prezioso, e cosa saprò farmene di
questa ritrovata “ricchezza”. E di tutte
le foto di lui, e dei video che giravo e poi montavo musicandoli, qualcuno con
fare scherzoso, altri dal tono affettuoso, altri ancora che già all’epoca sapevo
sarebbero stati la mia corona di spine in questo momento...
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