martedì 15 aprile 2014

Katy's Song

Una mia personale traduzione delle celebre "Katy's Song" di Simon & Garfunkel, della quale suggerisco la visione/versione live eseguita da Eva Cassidy. 

I hear the drizzle of the rain                       Sento il ticchettio della pioggia
Like a memory it falls                                cadere, come un ricordo.
Soft and warm continuing                          
Soffice e calda seguita a picchiettare
Tapping on my roof and walls.                   
sopra il tetto e sui  muri.

And from the shelter of my mind                E dal rifugio della mia memoria
Through the window of my eyes                 
attraverso la finestra dei miei occhi,
I gaze beyond the rain-drenched streets       
fisso lo sguardo oltre le strade
To England where my heart lies.                  fradice di pioggia verso l'Inghilterra,
                                                                         là dove tengo il mio cuore. 

My mind's distracted and diffused               Ho la mente distratta, confusa,
My thoughts are many miles away                i pensieri sono 
They lie with you when you're asleep            lontani miglia e miglia,

 And kiss you when you start your day.        stanno con te mentre dormi,
                                                                     e ti baciano quando il tuo giorno inizia.

And a song I was writing is left undone         Ho lasciato lì una canzone 
I don't know why I spend my time                  che stavo scrivendo,
Writing songs I can't believe                         
non so perché perdo tempo
With words that tear and strain to rhyme.      
a scrivere canzoni in cui non credo
                                                                        straziandone le parole 
                                                                          per cercare una rima. 

And so you see I have come to doubt           Per cui vedi che dalle mie certezze
All that I once held as true                             
ho ereditato solamente dubbi.
I stand alone without beliefs                          
Me ne sto da solo,
The only truth I know is you.                         senza credere in nulla,
                                                                    sei tu l'unica verità che conosco.

And as I watch the drops of rain                   E mentre guardo le gocce di pioggia
Weave their weary paths and die                  
percorrere stanche il loro sentiero
I know that I am like the rain                                prima di morire,
There but for the grace of you go I.               
capisco che anch’io come loro,
                                                                        discendo verso la tua grazia.


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giovedì 10 aprile 2014

Inferno Notte

La malvagità che credevo stesse  aleggiando, trascendente ed indefinibile,  nella mia camera da letto durante una recente, fondamentale notte “di svolta” da me vissuta, ho avuto poi modo di capire che in realtà mi stava giacendo accanto: è la stessa malvagità che ha tentato di impedirmi (per ora riuscendoci) di accludere questo breve montaggio a descrizione e corollario di un capitolo del racconto “Il Quadro”, abortito con dolore in questo stesso blog al quale era servito da detonatore.  Al riparo da ogni cattiveria, corporea o incorporea che sia, ora liberato, a maggior ragione liberamente pubblico.
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Attendo.

Aspetto secoli, fecondo:
non fatevi fretta, tanto sono seduto.
Scomodo, ma seduto,
che partorisco merda.
Altro non potrei senz’utero,
mica è colpa di nessuno,
anzi, meno male il water,
che se no
pure a me
toccava partorire vicino ai monasteri,
e lasciarli a dio gli stronzi
della mia progenie,
sul disco che gira tra la clausura e il fuori.


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giovedì 3 aprile 2014

Pittore

Prendo un pennello, bello
un rullo, un cacazzùllo.
Pingo, dipingo, tingo…
che dio stramaledica i muri!
e faccia capanna l’essere
deboli di schiena
e della pena color nuovo di ghiaccio
si faccia beffa il diavolo. Non io. 

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giovedì 27 marzo 2014

Vi är bäst!

Trinità: Padre e Figlio sono femmina, e hanno tredici anni.  Lo Spirito Santo è femmina pure lui, un po’ più grandicello: all’inizio portava i capelli lunghi, suonava Sylvius Leopold Weiss con la chitarra classica e nessuno se lo filava. Dio è fascista, oltre che confuso, e se esistesse (ma non esiste) andrebbe impiccato, e il Punk, nel 1982, era ancora piuttosto vivo...
Né Padre, né Figlio hanno mai suonato niente in vita loro, ma gli ronza talmente tanto in testa una canzone che tratti così male lo sport almeno tanto quanto lo sport tratta male loro, che tagliano i capelli allo Spirito Santo, se lo portano dietro, e mettono su una band. Che non è, e non potrebbe ovviamente mai essere, una “girl-band”.
Trinità più due fa cinque: il Pentacolo: bastano due maschi in più che tutto vacilla, e litiga, che se non fosse per lo Spirito Santo (che è dispari, e da dispari capisce le cose meglio degli altri, e le sa sistemare), Satana c’avrebbe da sguazzare facile pure in Svezia, dove non è lecito chiedere la carità, neanche per gioco, o per procurarsi una chitarra elettrica, che una chitarra elettrica, a una band, serve sempre. D’altra parte, se a niente servono i genitori, la famiglia, la scuola non ne parliamo neppure... l’urgenza di trovare qualcosa di utile da fare non può che farsi impellente, a prescindere dal successo, che in fondo non conta poi nemmeno tanto.

Con questi presupposti, Lukas Moodysson, in questo spiritoso, serio, giocosamente disturbante “We Are The Best”,  riprende in mano i suoi prediletti adolescenti, già egregiamente trattati in film come il bellissimo “Lilya4ever”, e in quello d’esordio “Fucking Åmål”.  Diversi, disadattati, autoadattanti e modellati su nient’altro che loro stessi, anche Bobo, Klara ed Edwig, come i loro predecessori nella filmografia del 45enne regista di Malmö, attraverso la sua mano nervosa, inquieta, scattante, come se non fosse mai soddisfatta di ciò che riprende, procedono attraverso il vuoto che le circonda loro malgrado e immeritatamente, salde su pochi, ma significativi punti certi, tipo il ketch-up, o il “Devi aiutare i poveri” che Klara dice perentoria alla commessa del Fast Food che non vuole dar loro, squattrinate, nemmeno un po’ di patatine fritte, verso un risultato che non arriverà forse mai, ma che le troverà comunque soddisfatte e felici, perché quel che conta, è che loro “Sono le migliori”. E su questo non c’è dubbio.
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domenica 23 marzo 2014

Ida

Sono due Agate, Agata Kulesza e Agata Trzebuchowska, le due pietre preziose incastonate in questo splendido “Ida”, bianco e nero polacco in quattro terzi (o quasi) che, chi ha una certa età, si stringe il cuore.
Silenzioso e lieve, come i fiumi addormentati del Gennaio cantato da Guccini, un ligneo Cristo trova dedita adorazione nell’incipit: Ida e le novizie consorelle lo posano e lo pregano nell’innevato giardino di un convento, prima che una zuppa calda le ristori.
Ma Ida ha un passato da seguire: sebbene affatto incline ai passi retroversi, anzi curiosa e pronta, e timida, e discreta, Ida ha una zia di nome Wanda, come il pesce, che chiama “cappuccio” il velo delle suore, ma non di tutte, solo quello della sua bella Ida. E bussa forte alle porte, la zia Wanda, cerca giustizia lei, giudice che manda a morte, che beve forte e poi guida l’automobile, e balla, e indossa perle, e a agli uomini, la zia, non nega le sue grazie prossime alla disperazione.

Interfacciate come meglio non si potrebbe, dentro inquadrature  tutte fisse ed asimmetriche (eccetto l’ultima, che palpita di passi frettolosi al futuribile ritorno) le due Agate si danno reciprocamente senso, non importa quale sia stata la causa o quale sarà la conseguenza, non c’è nessun bene e nessun male, nessuna passione, morte, resurrezione, nessun Cristo che vinca se non quello inconsistente e ligneo che guadagna i passi frettolosi della bella Ida che ritorna, dopo che, sciolti i capelli al mondo, aveva chiesto al mondo “E poi?” senza trovar risposta.

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venerdì 21 marzo 2014

Il giardino

Non ho, giardino, tempo per curarti
né braccia forti, o pollici a colori.
Così, vicino selvaggio ora mi guardi,
occhi di margherite. Muti odori


a me parlan di salvia, e tuberose,
menta asservita all’edera ribelle.
Belle son pure l’erbe appiccicose,
i fili morti, Natali andati, stelle.


Non sei giardino a me, sei casa
all’universo piccolo, a inguardate
piccole forme vive ed alla bava
dell’esistenze che saranno alate,


al ragno, la formica, il millepiedi,
all’argento che veloce fugge via,
al saltare improvviso che non vedi,
saltato, dove fosse, dove sia,


al riccio piovuto da quel campo,
che attraversato il mondo in te ritrova,
giardino, in te timido scampo
ed il sollievo di una casa nuova.

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