lunedì 26 maggio 2014

Wendy & Lucy

Viaggia da fermo il bravo Kelly Reichardt: l’incipit è, non a caso, una stazione, pochi vagoni merci in pigro movimento, e una nenia  masticata fuori campo (unico utilizzo musicale  di tutto il film, eccezion fatta per i titoli di coda)  che accompagna i giochi consumati in mezzo a uno squallore finto-silvestre delle due ragazze. Cucciolo d’uomo e di cane, femmine entrambe, Wendy and Lucy percorrono la loro fatale tappa in Oregon, cap(i)tata durante la transumanza che dall’Indiana le spinge in Alaska in cerca di cibo, in una sorta di viaggio iniziatico che le porta a conoscere dapprima gli Uomini (una inquietante comitiva di giovinastri piercing-tatuati che brucia la sua indolente in-esistenza in violenti falò notturni), poi i Demoni (un ragazzetto d’indole fascistoide che la blocca al supermarket, crocifiggendola al suo destino per aver tentato di rubare una scatoletta di cibo per cani), e infine gli Angeli (un superbo Wally Dalton, robusto emissario di Dio, professione: guardia giurata, bianchi capelli radi legati a codino) ai quali con quanta difficoltà (ahimè, la fame!) e solo dopo quanto tempo Wendy saprà dir grazie, alzando una mano in segno di saluto.
Nascosta dietro tanti piccoli particolari (una misteriosa fasciatura alla caviglia, una foto di un infante confusa nel portafoglio semivuoto, la voce al telefono, lontana, di una sorella rancorosa e scortese... tutte cose delle quali non sapremo mai nulla), l’avventura nel Paese delle S-meraviglie di Wendy (il suo cognome è, forse non a caso, Carrol...) è una celata storia d’amore sofferto, avversato, pieno di spine e con un destino cattivo e vigliacco da dover gestire con quattro dollari in croce (+ i quindici che l’Angelo le allunga durante la scena del loro ultimo incontro), un film tanto freddo in superficie quanto ribollente di pathos nel suo nucleo, fino allo struggente finale dove la splendida (in ogni senso) Michelle Williams, clandestina arrampicata su un vagone merci finalmente di nuovo in movimento, dovrà conoscere il vero prezzo del vero amore, pagato con pochi dollari e tanto strazio del cuore, strazio che nessun Demone e nessun Dio mai rinuncerebbe ad esigere da una creatura quando la creatura in questione è un’anima tanto bella quanto è bella quella della piccola Wendy.
Se non bastasse, la presenza di un certo Todd Haynes in veste di produttore esecutivo dovrebbe essere sufficiente a completare il quadro delle motivazioni per non perdersi questo ottimo film. 
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domenica 18 maggio 2014

L'aiuto

C’è chi ti aiuta di malavoglia,
  chi fischiettando dietro ai cazzi suoi,
     chi ti aiuta che non lo sa fare,
        che se lo sa fare ci vogliono i soldi.

E c’hanno tutti male alla schiena,
    perché è la schiena che misura gli uomini:
         è la schiena
 lo specchio dell’anima,
            altro che gli occhi.
          

   

martedì 15 aprile 2014

Katy's Song

Una mia personale traduzione delle celebre "Katy's Song" di Simon & Garfunkel, della quale suggerisco la visione/versione live eseguita da Eva Cassidy

I hear the drizzle of the rain                       Sento il ticchettio della pioggia
Like a memory it falls                                cadere, come un ricordo.
Soft and warm continuing                          
Soffice e calda seguita a picchiettare
Tapping on my roof and walls.                   
sopra il tetto e sui  muri.

And from the shelter of my mind                E dal rifugio della mia memoria
Through the window of my eyes                 
attraverso la finestra dei miei occhi,
I gaze beyond the rain-drenched streets       
fisso lo sguardo oltre le strade
To England where my heart lies.                  fradice di pioggia verso l'Inghilterra,
                                                                         là dove tengo il mio cuore. 

My mind's distracted and diffused               Ho la mente distratta, confusa,
My thoughts are many miles away                i pensieri sono 
They lie with you when you're asleep            lontani miglia e miglia,

 And kiss you when you start your day.        stanno con te mentre dormi,
                                                                     e ti baciano quando il tuo giorno inizia.

And a song I was writing is left undone         Ho lasciato lì una canzone 
I don't know why I spend my time                  che stavo scrivendo,
Writing songs I can't believe                         
non so perché perdo tempo
With words that tear and strain to rhyme.      
a scrivere canzoni in cui non credo
                                                                        straziandone le parole 
                                                                          per cercare una rima. 

And so you see I have come to doubt           Per cui vedi che dalle mie certezze
All that I once held as true                             
ho ereditato solamente dubbi.
I stand alone without beliefs                          
Me ne sto da solo,
The only truth I know is you.                         senza credere in nulla,
                                                                    sei tu l'unica verità che conosco.

And as I watch the drops of rain                   E mentre guardo le gocce di pioggia
Weave their weary paths and die                  
percorrere stanche il loro sentiero
I know that I am like the rain                                prima di morire,
There but for the grace of you go I.               
capisco che anch’io come loro,
                                                                        discendo verso la tua grazia.


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giovedì 10 aprile 2014

Inferno Notte

La malvagità che credevo stesse  aleggiando, trascendente ed indefinibile,  nella mia camera da letto durante una recente, fondamentale notte “di svolta” da me vissuta, ho avuto poi modo di capire che in realtà mi stava giacendo accanto: è la stessa malvagità che ha tentato di impedirmi (per ora riuscendoci) di accludere questo breve montaggio a descrizione e corollario di un capitolo del racconto “Il Quadro”, abortito con dolore in questo stesso blog al quale era servito da detonatore.  Al riparo da ogni cattiveria, corporea o incorporea che sia, ora liberato, a maggior ragione liberamente pubblico.
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Attendo.

Aspetto secoli, fecondo:
non fatevi fretta, tanto sono seduto.
Scomodo, ma seduto,
che partorisco merda.
Altro non potrei senz’utero,
mica è colpa di nessuno,
anzi, meno male il water,
che se no
pure a me
toccava partorire vicino ai monasteri,
e lasciarli a dio gli stronzi
della mia progenie,
sul disco che gira tra la clausura e il fuori.


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giovedì 3 aprile 2014

Pittore

Prendo un pennello, bello
un rullo, un cacazzùllo.
Pingo, dipingo, tingo…
che dio stramaledica i muri!
e faccia capanna l’essere
deboli di schiena
e della pena color nuovo di ghiaccio
si faccia beffa il diavolo. Non io. 

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giovedì 27 marzo 2014

Vi är bäst!

Trinità: Padre e Figlio sono femmina, e hanno tredici anni.  Lo Spirito Santo è femmina pure lui, un po’ più grandicello: all’inizio portava i capelli lunghi, suonava Sylvius Leopold Weiss con la chitarra classica e nessuno se lo filava. Dio è fascista, oltre che confuso, e se esistesse (ma non esiste) andrebbe impiccato, e il Punk, nel 1982, era ancora piuttosto vivo...
Né Padre, né Figlio hanno mai suonato niente in vita loro, ma gli ronza talmente tanto in testa una canzone che tratti così male lo sport almeno tanto quanto lo sport tratta male loro, che tagliano i capelli allo Spirito Santo, se lo portano dietro, e mettono su una band. Che non è, e non potrebbe ovviamente mai essere, una “girl-band”.
Trinità più due fa cinque: il Pentacolo: bastano due maschi in più che tutto vacilla, e litiga, che se non fosse per lo Spirito Santo (che è dispari, e da dispari capisce le cose meglio degli altri, e le sa sistemare), Satana c’avrebbe da sguazzare facile pure in Svezia, dove non è lecito chiedere la carità, neanche per gioco, o per procurarsi una chitarra elettrica, che una chitarra elettrica, a una band, serve sempre. D’altra parte, se a niente servono i genitori, la famiglia, la scuola non ne parliamo neppure... l’urgenza di trovare qualcosa di utile da fare non può che farsi impellente, a prescindere dal successo, che in fondo non conta poi nemmeno tanto.

Con questi presupposti, Lukas Moodysson, in questo spiritoso, serio, giocosamente disturbante “We Are The Best”,  riprende in mano i suoi prediletti adolescenti, già egregiamente trattati in film come il bellissimo “Lilya4ever”, e in quello d’esordio “Fucking Åmål”.  Diversi, disadattati, autoadattanti e modellati su nient’altro che loro stessi, anche Bobo, Klara ed Edwig, come i loro predecessori nella filmografia del 45enne regista di Malmö, attraverso la sua mano nervosa, inquieta, scattante, come se non fosse mai soddisfatta di ciò che riprende, procedono attraverso il vuoto che le circonda loro malgrado e immeritatamente, salde su pochi, ma significativi punti certi, tipo il ketch-up, o il “Devi aiutare i poveri” che Klara dice perentoria alla commessa del Fast Food che non vuole dar loro, squattrinate, nemmeno un po’ di patatine fritte, verso un risultato che non arriverà forse mai, ma che le troverà comunque soddisfatte e felici, perché quel che conta, è che loro “Sono le migliori”. E su questo non c’è dubbio.
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