mercoledì 25 febbraio 2015

Mongoland


Nella notte di Natale di Stavanger, una cittadina affacciata sul Mare del Nord della Norvegia meridionale, Pia (Pia Tjelta) e Kristoffer (Kristoffer Joner) vivono e rivivono  la loro romantica e tormentata  storia d’amore  nell’ambito di una festa (estremamente alcolica) insieme ad alcuni dei loro amici. Pia è tornata appositamente in patria dopo un viaggio durato sei mesi per tentare di riallacciare il rapporto col suo (ex?) fidanzato, così come erano rimasti d’accordo il giorno in cui si erano lasciati in quella che è la tipica “pausa di riflessione”. Kristoffer è un tipo estroso, imprevedibile,  cantante di una piccola rock band locale che aspira ad incidere qualcosa, attore per amore,  fan di Christopher Walken (omen nomen...) del quale conosce a memoria ogni battuta, pieno di complessi e di fobie che lo rendono fragile ed insicuro. Pia è invece una ragazza determinata ed estremamente concreta, lineare e sincera, innamorata del suo ragazzo e pronta a condividere con Kristoffer anche le difficoltà di costui.


Alternando le scene del presente girate in bianco e nero con i flash back a colori (la prima delle “stravaganze”di questo film), Arild Østin Ommundsen, classe 1969 e originario proprio di Stavanger, che otterrà un buon successo anche internazionale  più tardi, nel 2013,  con il film “Eventyrland” (tutt’altro genere e tutt’altro registro), con quell’ironia nordica che è solo in apparenza poco empatica col modo di sorridere mediterraneo  e che invece, solo al costo di un piccolo e gradevole sforzo dello spettatore, può facilmente esserci del tutto familiare ed assonante, punteggia di tanti siparietti un piccolo spaccato di follia pazzoide semplice, efficace, di intrattenimento al limite del favolistico (l’amico che si crede, o è davvero, Babbo Natale), a tratti intimistico (le paranoie di Kristoffer e del loro amico Vegar in materia sessuale), leggero senza scadere mai nello stupido, con segmenti di ilarità pura ritagliati qua e la per la festa (il personaggio di Marko con la sua mazza da baseball di plastica è una maschera degna dei libri di Fantozzi...).


Rimangono purtroppo alcune pecche evidenti nella mancata soluzione di tutte le casistiche che non siano quelle della vicenda di Pia e Kristoffer sviscerata fino allo spasimo a scapito forse di tutto il suo contorno (che ne è, ad esempio,  della graziosa Silje/Silje Salomonsen, moglie del regista e futura protagonista di Eventyrland, e del misterioso pisello del suo ragazzo? E dell’auto d’epoca di Wayne, immigrante inglese, finita contro un palo mentre inseguiva il suo destino?) , ma il film è tutto sommato piacevole, un po’ acerbo ma convincente, un ritmo  freddo (com’è giusto che sia in Norvegia) ma mai distante, alcuni spunti (il desiderio di neve che pare che a Stavanger non voglia cadere mai, le tradizioni dissacrate con garbo simpatico e goliardico) che incollano bene il quadro alla cornice, lasciando un film piacevole da guardare con la dovuta spenzieratezza.
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lunedì 22 dicembre 2014

Old Joy - Kelly Reichardt (USA 2006)

   
 C’è un che di disarmante nel modo che ha Kelly Reichardt di proporre i suoi lavori, disarmante ed entusiasmante insieme: da una parte, coloro che ad un film, alla storia che racconta, al susseguirsi degli eventi chiede spassionatamente “qualcosa”, che accada “qualcosa”, che gli venga offerto un susseguirsi di “qualcosa”, davanti a film come questo “Old Joy” (come sarà poi anche due anni più tardi col bellissimo “Wendy & Lucy”) rischiano di rimanere spiazzati, paradossalmente confusi, spesso e volentieri tristemente annoiati. Dall’altra, coloro che hanno la capacità e la pazienza di accorgersi di come tutto ciò che si vuole far accadere (e sono personalmente convinto che non sia affatto poco) accada “dentro” i personaggi, nascostamente, preziosamente racchiuso in pochi, piccoli gesti ben inquadrati (un cenno del capo, un saluto fugace, una stretta di mano), trovano certamente in questa regista della Florida, agganciata a quel circuito definito come “indipendente” ed a firme che accompagnano i suoi lavori del calibro di Todd Haynes (solo per dirne una), una fonte preziosissima di sano intrattenimento.

    Sembra che non accada nulla di importante nella “scampagnata” tra i boschi di Kurt e Mark, due vecchi amici molto diversi tra loro, che rimpiangono la “Gioia che fu” di quando ancora circolavano i dischi in vinile e al posto delle yogurterie moderne c’erano le botteghe di commercio alternativo dei loro vecchi commilitoni, oggi spostatosi su E-Bay. Invece c’è il continuo interrogarsi dei due, la costante riflessione su ciò che sono e su come lo sono diventati, attraverso il continuo specchiarsi reciproco dentro una relazione che è sì quella di due amici sinceramente affezionati l’uno all’altro, ma che è anche altamente critica, mai indolente o autoreferenziata, sempre pronta ad incendiarsi non di astio, né di rancore (non potrebbero, essendo amici), ma di una pressante esigenza di capire se stessi anche e soprattutto attraverso l’altro. Che non è affatto comodo, né facile, perché i due, sinceramente amici, ricevono continuamente dall’altro il segnale che c’è “qualcosa che non va”, che la loro amicizia non ha ancora, dopo tanto tempo che si conoscono, tutti i requisiti per potersi definire completa, incondizionata. L’amicizia non è ancora tradotta in fiducia, e forse neppure in stima, è ciò richiede ai due uno sforzo eccezionale, che è poi il senso ultimo del film: in questo, altamente esplicativa, è la scena verso il finale in cui Kurt si avvicina a Mark per fargli un massaggio rilassante, e Mark cade in preda ad inspiegabili tensioni piene di tutta la contraddizione che pervade l’intera vicenda, e stenta (per poi riuscirvi) ad abbandonarsi tra le mani del suo amico. A questo climax, accompagnati dalla piccola cagnetta Lucy che, sempre col suo vero nome di Lucy sarà poi la co-protagonista del film successivo della Reichardt (nella realtà, Lucy, piccola diva,  è davvero la cagnetta della Reichardt), Mark e Kurt arrivano attraversando molti snodi fatti di involontari malintesi, di inconsapevoli battute che nascondono una potenziale mancanza di rispetto per l’altro della quale si accorgono sempre solo un istante dopo, quando rischia di essere ormai tardi, accompagnandosi sempre con la commovente volontà inespressa di volersi davvero bene e di accettarsi per quello che sono, in una diversità che è evidente sin da subito nel film, quando Mark è presentato come quello più stabilmente “posato” (una compagna, un lavoro, un figlio in arrivo, attività nel sociale) e Kurt quello più “Hippy”, sognatore, in cerca di una solidità che è il primo a non volere ma anche il primo a soffrirne per la mancanza.



    Due fantastici dialoghi, il primo nella notte all’addiaccio annaffiato di birra e tiro a segno contro i barattoli vuoti, quando Kurt tenta di esporre la sua teoria quantistica dell’universo, e quella in cui i due si prendono il loro bagno termale immersi in una natura in cui sembra quasi che sia vietato parlare, dove sempre Kurt (che, nella ripartizione dei ruoli,  è un po’ come la coppia di ruote trainante rispetto alla coppia di ruote passive, rappresentata da Mark), racconta del suo sogno con la donna indiana del negozio di PC, e dove il senso profondo di ciò che è “Old Joy” tenta di disvelarsi.
In mezzo a tutto questo (anzi: in capo e in coda a tutto questo), il “talk-show” radiofonico su temi politici, in cui l’America, rispetto alla quale Kelly Reichardt si pone giustamente con spirito indipendente, parla sostanzialmente di un vuoto che solo un’onestà privata e personale di ciascuno di noi con se stesso e col prossimo può riuscire a colmare.

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lunedì 8 dicembre 2014

Eventyrland (2013)


Il Paese delle Meraviglie (“Eventyrland”, in norvegese) non è più una fiaba. Al contrario: la fatica e la sofferenza con cui  le mani di un fata l’hanno ideata, costruita, pitturata e deliziosamente arredata, fanno della cameretta della piccola Merete il  luogo più concreto e tangibile del mondo, il Meraviglioso Paese cui  Jenny (la protagonista del film, una Silje Salomonsen ostinata e convincente, dolcemente fragile nella forza che il destino le impone di tirar fuori) ha dovuto rinunciare il giorno in cui la fiaba incantata del suo Grande Amore si è spezzata, e che cerca disperatamente di ricreare, lasciandola in dote per la sua bambina.
L’incipit del film è in un bosco silenzioso. Jenny e Gary, grosse tronchesi pesanti appoggiate sulla spalla di lui, tentano di dissimulare il nervosismo con cui stanno aspettando qualcuno, sperando che costui arrivi prima che faccia buio. Per Jenny  è l’occasione giusta per informare il suo ragazzo del fatto di essere incinta. Gary ne è felice, spunta una piccola fede rubata a chissà chi che presto si infilerà (quasi) per sempre nel dito di lei, in segno di rinnovato e rinforzato amore, prima che i due procedano insieme all’operazione per cui si trovavano lì, da soli, senza che la terza persona si sia fatta viva. Forzandone le catene che la chiudono, i due giovani, introducendosi in una grande serra, oltre ad un grosso fucile trovano ciò che stavano cercando, ma al posto di “innocente” erba da fumare, lo zainetto che aprono è pieno di droga pesante. Roba grossa, più grande di loro. Jenny esita, propone di mollare tutto, Gary invece pensa che presto avranno un bambino (già discutono sul nome da dargli), che hanno bisogno di danaro, la faccenda puzza anche a lui, ma forse conviene rischiare, son soldi. Nella serra irrompe qualcuno, qualcuno che non è la persona che stavano aspettando. Spari...
La fulminante scena-ponte color pastello di tenerezze scambiate tra una madre e la sua bimba appena nata che porta dall’incipit al corpo del film, musicata solo col rumore di  un battito cardiaco, postata di pochi secondi tra il sangue di un attimo prima e le sbarre di una cella di un attimo dopo, è il primo sigillo di qualità di questo bellissimo film norvegese firmato da Arild Østin Ommundsen, che è inaspettatamente un uomo. Dico così perché ritengo sia raro per un regista maschio concepire e realizzare un film così marcatamente al femminile: non solo Jenny ne è la protagonista, ma sua figlia, la piccola Merete che compare assai poco nel film ne è la corrispondente “materia oscura”, ciò che la vivifica e le da energia, movimento, sussistenza. E il tutto è immerso in un mare maschile fatto di “lui” : Gary, il fidanzato/padre (mirabile come, dopo oltre 20 minuti di morte  apparente, il regista sappia resuscitarlo agli eventi); il tipo che li ha fregati (a cosa servono gli amici, se non a rifilarti un tubo Pirelli dritto sulla nuca nei momenti critici?); la banda dei delinquenti che la ricatta e se ne fa scudo e gioco, fino all’idraulico, povero cristo che non c’entra niente con la storia, se non per essere uno dei mille che cerca di trarre profitto dalla povera Jenny e dai suoi stati di necessità.
Così come fa la colonna sonora (bizzarro uso, come nella scena dello zoo-safari in cui una musichetta domenical-festiva si protrae nei fotogrammi successivi, drammatici e tesi, con una continuità anomala e suggestiva), così Jenny attraversa la sua ostinata Odissea di eroina reietta e innocente fino ad un conclusione solo apparentemente paradossale, un “Happy-Ending” non conclamato, sicuramente da interpretare senza che sia necessario prenderlo alla lettera (si dovrebbe dire: al fotogramma), incentrato non a caso più sulla danza liberatoria e vincente della piccola Merete che non sui gesti improbabili del suo sventurato padre.

Molto bello.
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La Prima Volta


E così è stato.
        Quando scrissi la poesia “IlGiardino”, le volli subito bene. Forse perché voglio bene al mio giardino, alla mia casa in genere, la mia tana. O forse perché, attraverso quelle rime alternate,  infantili e sempliciotte, sentii subito che stava transitando efficacemente verso l’esterno il senso reale di ciò che covava nel mio animo. Che (dicono) sia ciò che veramente conta per una poesia e/o per il suo poeta.  Quando poi decisi di inviarla al primo concorso  cui abbia mai partecipato, venutomi a caso/non-a-caso... a cercare, lo feci con la più totale disillusione. Non a caso, appunto, mi definisco “PoEtaBeta”. E, colto dalla sorpresa di vedere “Il Giardino” classificarsi tra le migliori 15 poesie, selezionate tra un carnet di circa 300 (150 autori, partecipanti ciascuno con due opere), mi son dovuto lasciare spedire in orbita.
Vicino, vicinissimo: il Pianeta del Festival dei Due Parchi e del suo Quinto Concorso di Poesia organizzato dall’IPAEA è ad una frazione di anno luce infinitesimale lontano da qui, nemmeno 40 euro di treno andare e tornare: Ascoli Piceno (bella città: ruvida, primitiva, orgogliosamente  pietrificata... I Piceni, i Sabini, così erano e così sembrano essere ancora). Ci sono andato, e tornato, il tempo di uno scarno fine settimana, una missione spaziale lampo a cavallo tra due Parchi (Sibillini e Gran Sasso) e due Cieli  (quello pieno di sole di ieri mattina ad Ascoli e quello nero e ostile della Pesaro che mi ha ripreso solo poche ore dopo).
  Torno con una bella pubblicazione patinata, il mio nomecognome è scritto tra parentesi nelle prime trenta pagine. Un po’ mi voglio bene, come al mio giardino.  Un po’ mi odio, per non essere stato (ancora e sempre) in grado di cogliere i frutti che mi capitano a portata di mano, che potrei assaporare pienamente se solo sapessi avere meno paura.

Ad ogni modo: cin cin! 
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giovedì 20 novembre 2014

Ginger & Rosa (Sally Potter)

“Ginger & Rosa” nascono insieme sotto un fungo:  nell’istante in cui a Londra le loro rispettive madri si stringono forte la mano, sdraiate una accanto all’altra ciascuna nel proprio doloroso letto di travaglio, dall’altra parte del mondo, ad Hiroshima, ecco esplodere la prima bomba atomica. Le due bimbe crescono insieme, amiche per la pelle, nel freddo di quella fredda guerra che qualche bene informato dice non essere mai esplosa, mentre qualcun altro, forse informato meglio, garantisce essere tutt’ora crepitante in mille, più o meno grandi rivoli e focolai lontani, e che io, nel mio piccolo, credo invece scoppierà tutto d’un botto anche tre le nostre belle e pacificate pance quando, fin dentro i nostri disperati materassi/salvadanai, la bomba d’aria dentro cui  galleggia l’artificiale sistema economico/finanziario fatto di carta e che ci ha resi fin ora freddamente grassi, farà finalmente “BOOM!”, seppellendoci tutti sotto la venefica coltre di cenere dei nostri poveri (a quel punto: anche maleodoranti), polverizzati IBAN.
   Accantonati i debiti scongiuri, e per tornare al nostro film, “Ginger & Rosa” è un bel ritratto sulle conseguenze della paura: avvalendosi delle belle e giovani figure delle due giovanissime protagoniste (non me ne voglia la brava Rosa/Alice Englert, ma, ancor prima di me, la stessa regista ha voluto affidare a Ginger/Elle Fannning il timone della narrazione, fiutandone - a mio avviso con merito – l’indiscutibile, grazioso talento già due anni fa, quando aveva solo 14 anni), Sally Potter sa indicarci come diventi scivoloso il crinale della vita allorché ci si aggrappa eccessivamente alle certezze inverificabili (per dirla alla Ghezzi), alle aspirazioni insondabili, dalle manifestazioni di piazza che, da che so io, non hanno mai cambiato nulla di tutto ciò che non si sia cambiato da solo fregandosene altamente delle manifestazioni medesime (come non intenerirsi, ed arrabbiarsi insieme, dell’idealismo anoarcoide e libertino di Roland/Alessandro Nivola, il padre di Ginger,  e del suo reclamar diritti sociali e privati che nessuno gli potrà mai spiegare perché, in realtà, non gli spettino affatto), ai talenti personali (quello di Ginger, poetessa, e di sua madre, pittrice e dilettante musicista,  artiste nell’animo, perdenti nella Storia), che perdono “grip” deteriorandosi, non riuscendo a svincolarsi dalle paure che li generano (la “perdita” di un padre/marito, di una famiglia, dell’amica del cuore), fino alle ribellioni (in)cruente, pubbliche e private, di cui sono ottimi testimoni i tre personaggi di contorno:  Bella/Annette Bening (quale onore!), attiva nel movimento pacifista, Mark e Mark2/ encomiabili Timothy Spall e Oliver Platt, questi ultimi nei panni forse non casuali di angelicati omosessuali dediti con fervore alla custodia dell’anima di Ginger.
   Un bel film, una bella regia sensibile e attenta, una (ri)costruzione esatta (dentro e fuori) che sa viaggiare affiancata, senza sentirsene necessariamente partecipe, agli eventi storici tutto sommato trascurabili, una fotografia ed una luce (interiore ed esteriore) che, su me personalmente, hanno avuto il buon effetto (complici:  “tutti i frutti” che suona il juke box della mia personale memoria) di invitare ad una sana, postuma e sempre attuale riflessione.
Bella ed emblematica la scena finale: padre e figlia di spalle, poche parole e di poca intesa, lo sguardo basso... verso il futuro.  

 

martedì 4 novembre 2014

Maledetta, ti amerò

     
   Rimango piuttosto perplesso e dispiaciuto nel rilevare che una delle più frequenti ed accanite critiche contro il “Maleficent”  di Robert Stromberg sia quella di imputargli la presunta colpa di non aver voluto distinguere nettamente il “Bene dal Male”. Constatato amaramente il fatto (e forse per analogia di genere cinematografico), con la mente sono istintivamente riandato alle vicende dei Baggins de “Il Signore degli Anelli”, e a tutte le volte in cui, compreso nel suo preambolo “Lo Hobbit”, accadeva esattamente la stessa cosa senza che nessuno (giustamente) se ne lagnasse. Quanto si mischiavano il Bene e il Male, per esempio, nei personaggi di Gollum, di Saruman, degli stessi Bilbo e Frodo, o degli Elfi Silvani, abitualmente ostili agli Hobbit (i “Buoni”) e pertanto, nella logica della contrapposizione, i “Cattivi”... Eppure l’opera di Tolkien, al quale Peter Jackson si ispira con cronometrica fedeltà,  è considerata testimonianza di un’etica alta e nobile, fino a raggiungere le vette e i gradi dell’insegnamento esoterico vero e proprio.