martedì 19 gennaio 2016

Dancing With Maria - Ivan Gergolet (Ita-Arg-Slo 2014)

"Devo  ringraziare  la  vita:  nonostante  mi  abbia  sempre  sottoposta  ad  una  costante  e  difficile  lotta,  tuttavia  mi  ha  introdotta  nel  meraviglioso  mondo  della  danza  che  è,  in  essenza,  l'incontro  di  un  essere  con  gli  altri".  
 
“Mia madre rimase zoppa prima che io nascessi. Io ho deciso di essere la gamba di mia madre”. 

                                           Maria  Fux .
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  Di recente ho “sentito scrivere” da una cara persona amicasufèisbuk (più cara ancora quando mi è accanto ultrafèisbuk ogni mercoledì sera) la seguente affermazione: “La Danza salverà il Mondo”,  seguita da una sfilza entusiasta di cuoricini esclamativi a scopo rafforzativo (è giovane, ‘sta persona. Beata lei…). Se quel che dice è vero io sono fottuto, e meno male che in ogni Mondo che si rispetti c’è un ruolo anche per noi fottuti in partenza, meglio se con previo consapevole consenso e meglio ancora se fatto con la giusta eleganza....

   Fatto sta che Maria Fux, classe 1922, giusti giusti quattro giorni più vecchia di mio padre, da bambina non avrebbe mai potuto danzare se avesse costretto se stessa a dar retta al padre suo, ostile, come ogni buon padre dell’Epoca e dell’Epoche tutte, alla palese volgarità del desiderio dei suoi diretti discendenti (specialmente se femmina) di voler agitare pubblicamente il proprio corpo a fini professionali, peggio mi sento se spacciati per fini artistici.

   Invece Maria (individuo “Alpha” della nostra specie che, come insegnava al cinema già nel 1968 Franklin J. Schaffner, è l’involuzione di quella delle scimmie) ha tirato diritto, e come farebbe con naturalezza ogni futura scimmia ha continuato a muoversi. E ai fini artistici ha voluto unire i fini terapeutici, ben intuendo, da soggetto Alpha qual è, che negare il ritmo che è dentro ciascuno di noi, immobilizzarsi nelle repliche di pietra che suo padre avrebbe voluto per lei, fa ammalare. 

   Maria Fux in questo splendido docufilm è vestita di un abito viola, lungo, rassicurante e leggero, spiritoso, serissimo, autorevole e cordiale, una specie di Fata Violetta e Cicala Parlante insieme. Appare ai suoi “Bambini di Legno” col suono di una campanella, sparisce come una visione al termine della seduta lasciando però tutto di sé ai suoi allievi, tutto ciò che ha dentro di sé, e cioè la musica, quella musica che anche ai sordi riesce a far ballare, mangiare, afferrare con la punta delle dita, musica che può essere anche solo un rumore, un vento, una piuma, un telo soffice che ti sfiora, uno sciame di cordellini colorati che ti gioca intorno.  

   Da fottuto in partenza quale mi sono dichiarato, danzamovimentista di primo pelo e ultima spiaggia, posso solo aggiungere molte lodi per Ivan Gergolet, regista italo sloveno dalla biografia imperscrutabile e dai meritati tributi a Venezia #71 per questo suo film confezionato alla perfezione sotto ogni aspetto, mentre per ciò che riguarda Maria Fux, ritenendo di non potermi permettere l’indebito lusso di  aggiungere altro di mio, mi concedo  invece la noia di trascrivere/tradurre/copiaincollare qui di seguito alcune cose trovate in rete, tra il suo sito ufficiale e altri siti che ufficialmente le riconoscono ciò che io conoscerò solo quando sarò finalmente diventato scimmia.


“La proposta è semplice e alla portata di tutti; la narrazione nasce dal movimento e quindi nessun corpo può rimanere statico; il racconto si rivela in forma esclusiva attraverso l'azione - e non attraverso i pensieri - convinti che il corpo sia incapace di mentire.
La ricerca dell'alunno viene quindi orientata alla scoperta del gesto vero e sincero, in coerenza con il proprio corpo e quindi squisitamente unico. Il gesto vero e sincero che ci appartiene è quello che, mentre lo compiamo, ci dà piacere e gioia. In esso possiamo riconoscerci, ci sentiamo comodi, al di là delle nostre incertezze e senza fatica.”


- “Sono un’artista che, attraverso un lavoro creativo, ha trovato un metodo che produce il cambiamento nelle persone attraverso il movimento. La sola cosa che faccio è stimolare le potenzialità di ognuno. Non parlo di cura, ma di cambiamento: qualunque sia la gravità del problema, ci sarà sempre qualcosa da modificare, anche se è opportuno dire che il solo movimento non fa sì che il soggetto cambi, così come è corretto dire che non tutti sono necessariamente predisposti ad un cambiamento del proprio corpo, del proprio sentire, della propria vita. E’ un metodo di lavoro, creato dalla mia esperienza di artista.”

- “Attraverso il movimento si producono cambiamenti che non sono solamente fisici, ma che riguardano spesso la nostra interiorità ignorata, sensoriale e psichica. Attraverso il movimento, il “no” del corpo può diventare “sì”, semplicemente attraverso la stimolazione  delle aree dormienti del corpo stesso, e non soltanto attraverso i canali uditivi.”



domenica 10 gennaio 2016

Dopo le Feste

Monto sulla bilancia, sono tre chili sopra.
Anche tre chili avanti e tre chili dopo.
Sono tre chili più forte, più bello,
tre chili più vicino a dove devo andare,
tre chili distante dal non tornare.

Sono tre chili più vecchio, più pieno.
Sono tre chili in meno
delle mie ossa,
tre chili più uguale al mio gatto,
tre chili più matto
e tre chili più sano.


Sono tre chili lontano
dalla mia fossa,
tre chili di benedizioni, di perdizioni,
tre chili di grassi e sott’olio.
Son di tre chili la fame che voglio:
tre chili gigante
e tre chili più nano.


lunedì 14 dicembre 2015

Love & Mercy (Bill Pohlad) - Usa 2014

   La prima cosa che andrebbe apprezzata di questo film è l’efficienza del casting che ha saputo scovare in Paul Dano una sorprendente somiglianza col vero Brian Wilson, arrivando oltretutto ad usufruire del fatto che lo stesso Dano sa anche cantare e suonare il pianoforte piuttosto egregiamente, cosa che ha consentito al fortunato regista Bill Polhad di girare delle belle scene a tutto tondo in cui non fosse necessario separare le mani del pianista dai suoi primi piani. Al contrario di quanto accade invece nel caso di John Cusack  il quale ha in questa del pianoforte la sua unica, inevitabile limitazione, mentre per il resto, da suo non-estimatore, devo riconoscere  che offre qui un’interpretazione davvero pregevole di un personaggio davvero difficile da interpretare. 

   Gli  attori che danno vita ai due Brian Wilson (il giovane, in piena attività e circondato dal successo e al contempo alle prese con le difficoltà psicologiche innescate da un padre opportunista, dispotico ed egoista, e quello adulto, impegnato invece a difendere e ricostruire la sua emotività e la sua psiche messe a dura prova non certo solo dal successo) sono certamente i due capisaldi principali di “Love & Mercy”, brano di successo di Wilson già in carriera solista e titolo ben significante per tutto il lavoro di Polhad. 

   Ma va sicuramente sottolineata anche la straordinaria prova dei due attori non protagonisti i cui personaggi affiancano la vita del musicista: Paul Giamatti nel ruolo del mefistofelico dott. Landy che “pretenderebbe” di avere in cura il “presunto” schizo/paranoico Wilson, e ancor di più Elizabeth Banks (Melinda Ledbetter nel film e nella realtà), la donna che, battagliando con coraggio contro il suddetto sedicente dottore grazie ad un sentimento tenero e profondo che la coglie subito già dal primo incontro col  protagonista (meravigliosa la scena nel salone auto in cui Melinda vende una splendida Cadillac blu a Brian), stretta in un universo fatto completamente di maschi, si muove con una splendida miscela di  leggerezza e determinazione, delicatezza e polso fermo, sempre mossa dall’affetto (presto amore) per quell’uomo fragile ed indifeso (tanto più indifeso quanto più circondato da persone che pretenderebbero di difenderlo) che tratterà sempre con un rispetto ed una sensibilità resi davvero straordinariamente bene dalla Banks.

   Un film molto tenero, anche molto divertente (come non può essere divertente farsi accompagnare per tutto il tempo dalla musica dei Beach Boys, risposta americana e pertanto un po’ rozza ai contemporanei Beatles di oltreoceano...), dove Polhad cura molto bene ogni dettaglio in tutti i contesti, da quello strettamente musicale (ottime e brillanti tutte le scene negli studi di registrazione), a quello più intimista della vicenda amorosa tra Brian e Melinda (che sembra davvero rubata ad una favola moderna), a quello crudele e stonato di chi non ha mai saputo capire ed amare Brian (il padre) o ha cercato di trarne profitto (Il dottore e il suo entourage): il ritmo è sempre altissimo, le alternanze temporali tra il Wilson giovane e quello adulto è sempre puntuale, un tocco di coloritura “vintage” ogni tanto, pennellata bene e senza troppa piaggeria nei confronti degli inguaribili nostalgici, anzi forse più ad uso e consumo delle nuove generazioni (alle quali maggiormente consiglio la visione di questo film) che di Brian Wilson e dei Beach Boys non sanno nulla di più di quanto non gli abbia riferito per caso qualche spot pubblicitario o qualche sigla televisiva.

   Molte nomine/premi festivalieri su tutti i fronti (attori, sceneggiatura, regia... musica naturalmente, dove è significativo un premio per il vero Brian Wilson al Festival di Nashville...), un film che merita senz’altro di essere visto.


    Nota velenosa a margine: naturalmente, in lingua originale, a meno che non si vogliano far doppiare anche i Beach Boys, magari dal Trio Volo...
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domenica 13 dicembre 2015

La Foto di Dora

Ora sei mia per sempre:
quattro per sei,
cornice

minuscola. Che gli occhi
di dosso mai
in eterno

mi leverai, rinchiusa
ora che sei
d’incanto

rimasta liberata.
Legato aversi
ormai...
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domenica 6 dicembre 2015

All'Amica in Milonga

Vestiti d’aria, di capelli,
di quel respiro
azzurro
che ho sentito.

Vesti del tuo sfinito
correre, e ballare.

Vesti l’abbraccio del dare
e dell’avere,
del non sapere dove
e dopo
di  quale passo ti chiami
all’improvviso.

Vesti col riso,
ed ora.

Che già vorresti,
appena spento il ritmo, 
stancarti i piedi un’altra volta

e ancora.
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mercoledì 2 dicembre 2015

Comfortably Numb - Pink Floyd (1979)

      
             



 ONE - Ohi... c’è nessuno in casa?
            Fai sì son la testa se mi senti, da bravo...
              Ti sento un po’ giù, accidenti!
                Potrei darti una mano, rimetterti in sesto.
                 Rilassati, e tanto per cominciare
                  dimmi dov’è che  ti fa male.

TWO - Tu non puoi farci proprio un cazzo...
              Sei come il pennacchio di fumo
                di una nave lontana, sull’orizzonte.
                  Muovi le labbra, sì
                    ma io non sento niente di quel che mi dici.
              Quand’ero piccolo stavo male,
                mi sentivo le mani come fossero due palloncini;
                  ora mi succede di nuovo,
                    ma come faccio a spiegartelo?
                      Cosa mai puoi capirne, tu,
                       di questa mia coscienza intorpidita?

ONE – Va bene, allora ti faccio giusto una punturina...
              Così non ti sentirai più.... (TWO- grida!),
                al massimo avrai un po’ di nausea.
                  Puoi tirarti su in piedi?
                    Di sicuro stai già meglio
                      e potrai tirare avanti con le tue cose. 
                        Dai, muoviti!   

TWO – Quand’ero piccolo, mi capitava una cosa strana:
               mi sembrava di intravedere qualcosa
                 con la coda dell’occhio.
             Ma appena giravo lo sguardo da quella parte
               tutto svaniva,
                 il sogno, la sensazione... spariva ogni cosa
                    prima ancora che riuscissi ad afferrarla.
              Adesso sono cresciuto,
               e quel bambino non c’è più,
                 ed anche quel sogno se n’è svanito chissà dove...
                   Adesso sono qui,
                     beatamente insensibile.     
    
             
              

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domenica 15 novembre 2015

Libertango


 Oggi sono grato alle mie debolezze. Sia chiaro: non voglio adularle, né assecondarle, né dar loro troppo da mangiare o bere così che ingrassino e mi ostruiscano qualche arteria della Coscienza. Ma mentre intorno, in queste ore, tutto il mondo è spaventato dall’ultimo Babàu franzòso fornitogli preconfezionato dal Potere, io sono felice di aver paura solo di me stesso, del mio.

   Provo un romantico senso di compassione, amore, tolleranza, accettazione delle mie paure, dei miei limiti. Assisto benevolo alle mie piccole sconfitte, alle ritirate momentanee, alle quelle due lacrime che mi ritornano dentro dopo aver concimato il mio volto stanco e incresciuto, bevute e così piene di sapore. Son grato a quel paio di orecchie buffe che mi cammina dentro lo specchio cercando un ritmo, desiderando il volo di una donna - una per tutte - che non sa far volare,  son grato a chi le sa ascoltare, condividere e vivere con me, anche se solo per pochi istanti. Son grato a chi mi dice “aspetta”, son grato a chi mi dice “vai”, a chi mi lascia il suo numero così, senza sapere, tanto per le mie orecchie, forse.

   Dedico a tutti loro questa luminosa domenica di grigio, i tortellini buoni, il vino, un pasto solitario e di letizia, e quella cipolla che finalmente, senza patemi, posso. Dedico e condivido, leggero per come può volare, il basso panorama - eppure immenso - dell’umile tacchino frastornato, chiassoso e goffo, spaventato già dal primo rosso e in disperata cerca di un rifugio aperto, testone, sciocco,  ripieno di intimorita fiducia.

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